"TUTTI MORIMMO A STENTO" (Fabrizio De André, Bluebell, 1968)
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1968: nasce all'inizio di un decennio rivoluzionario per la musica d'autore italiana “Tutti morimmo a stento”, opera capolavoro di Fabrizio De André, nonché primo album concept inciso nel nostro paese. Il terzo che il suo autore realizza, quando ha appena trent'anni e alle spalle un'esperienza di grande pregio che permette di identificarne lo straordinario valore artistico. In particolare, una dimensione musicale pienamente culturale che è quella che gli suggerisce di avvalersi della collaborazione di un'orchestra per la registrazione di questo disco. Orchestra che sarà poi la Philarmonia di Roma con il coro di Carapellucci, entrambi diretti da Giampiero Reverberi. Album dalla connotazione, dunque, classica, operistica, costruito secondo un andamento teatrale che vede le canzoni (intrecciate musicalmente tra l'apertura e la conclusione), intervallate da tre intermezzi fino a una conclusione composita in cui una parte recitata si alterna a un brano corale. Classico e al tempo stesso spartiacque definitivo per tutto quello che verrà dopo, e non solo all'interno dell'esperienza e della produzione del cantautore genovese. Per la forma elegantissima, ma, soprattutto, per i grandi contenuti che la animano, e che una lunga introduzione riprodotta sulla busta del disco anticipa, ricostruendo un tratto autobiografico del giovanissimo Fabrizio alle prese con la difesa di una colonia di gatti randagi nell'immediato secondo dopoguerra. Ovvero, la pietà: la stessa che adesso, in queste canzoni, implorano i personaggi ai margini del mondo, i drogati, gli assassini condannati alla morte per impiccagione (che De André, nel brano che dà il titolo all'album, riprende da Villon), le “traviate”, i bambini avvolti da un'epoca che chiede solo guerra; la stessa pietà che con straziato, ma sommesso, dolore, De André sussurra per l'innocente caduta negli abusi “di un babbo Natale che parlava d'amore” (”Leggenda di Natale”).
Un respiro universale e profondissimo avvolge uno ad uno questi brani: è il dolore - eterno - del mondo che passa attraverso le parole senza chiedere nessun' altra soluzione che non sia il perdono, la comprensione, la rimozione delle vesti da “giudici eletti” per uno sguardo finalmente nuovo su questa umanità dolente. Dove c'è ancora posto per l'amore: ed è per questo che “Inverno”, l'unico brano che si distingue dalla tematica generale, trova comunque una sua collocazione coerente all'interno del disco, mentre apre alla speranza di rinascita - nel ciclo delle cose - lo spazio forse più lirico dell'opera (”ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l'amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino”). Il momento più alto sul piano compositivo, tuttavia, è da riconoscersi nel finale, che, come detto, intreccia in un unicum le due parti del brano recitato e dell'altro, eseguito coralmente: rispettivamente, “Recitativo (2 invocazioni e 1 atto d'accusa)” e “Corale (leggenda del re infelice)”. Al primo corrisponde la totalità della poetica di Fabrizio De André, e, in sintesi, la voce che ispira il senso dell'intero album “Tutti morimmo a stento”: uomini e donne trascinati su mari in tempesta, da una parte, e dall'altra, gli impietosi, “la carogna / che ad ogni ambito sogno mette fine” e sulla quale grava, in ogni caso, il peso di un destino universalmente comune (con splendida metafora: “gioir nei prati o fra i muri di calce / come crescere il gran guarda il villano / finché non sia maturo per la falce”). La storia, anzi, la leggenda che narra la “Corale”, alternandosi, nelle sue strofe, alle altre del “Recitativo”, dipinge, con ispirazione altamente evocativa, l'apologo triste di un re, il quale, trovandosi solo tra le sue ricchezze, prova a comprare coi suoi beni la compagnia di un amore o di un amico, senza realizzare quel sogno di felicità che solo deriva da un dono privo d'interesse (”non cercare la felicità / in tutti quelli a cui tu avrai donato / per ricevere un compenso / ma solo in te / nel tuo cuore / se avrai donato / solo per pietà “). Parola che chiude, che anima, che domina. “Tutti morimmo a stento” rappresenta anche uno dei più grandi successi discografici di De André: uscito in un periodo di assoluto fermento per la nostra musica, oltre che per la nostra società, sarà il disco più venduto del 1968. (Melisanda Massei Autunnali)
Grazie a Roberto Vecchioni per avere inserito questo articolo nei suggerimenti del suo corso universitario "Forme di poesia in musica" (Università di Pavia, CPM e CIM, 2009-2010):
http://cim.unipv.it/web/didattica/programmi/programma-forme-di-poesia-musica-2009-2010 |