"SIGNOR TENENTE " (Giorgio Faletti, "Come un cartone animato ", Adalpina, 1994)
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La seconda classificata al Festival di Sanremo del 1994 è l'unica canzone di successo di Giorgio Faletti, di cui nessuno, in quel momento, avrebbe mai potuto immaginare il deflagrante ingresso sul mercato letterario negli anni a venire. Quel che però è certo è che quando l'attore/cantante si presentò sul palco dell'Ariston, tutti avevano ancora impressa l'immagine con cui Faletti si era fatto conoscere una decina di anni prima tra le facce più divertenti dello storico programma di Italia Uno "Drive In": la guardia giurata Vito Catozzo, l'adolescente Carlino, Suor Daliso delle "Piccole Madri Addolorate del Beato Albergo del Pellegrino", soltanto per citarne alcuni, a cui si sarebbe affiancato, nel 1988, Franco Tamburini, lo "stilista di Abbiategrasso", proposto nel corso di "Emilio". La comicità di questi ruoli rese un'autentica bomba a orologeria "Signor Tenente", brano molto più che serio con cui Faletti conquistò la piazza d'argento di quell'edizione sanremese. Era forse vero, dunque, che tragico e comico non erano che due facce della stessa medaglia, pronte a rivelarsi l'una rispetto all'altra in maniera assolutamente incontrollata e imprevedibile?
Cantante per gioco - Probabilmente sì. E lo stesso Faletti, più o meno cosciamente, non aveva fatto nulla per negarlo, visti quelli che fino a quel momento erano stati i suoi trascorsi nel mondo del disco. Il suo esordio nella musica era avvenuto ufficialmente nel 1988, quando aveva pubblicato il mini-album "Colletti bianchi", colonna sonora di un omonimo telefilm con la sua regia e la sua partecipazione di attore: tre anni dopo, l'approdo alla discografia di massa, con la pubblicazione di un singolo, "Ulula (le avventure di un lupo mannaro a Riccione"), che non solo si era comportato molto bene in radio, ma addirittura era riuscito nell'impresa di raggiungere la quinta posizione della top ten dei 45 giri. Il lancio al Festival di Sanremo del 1992 era stato quasi consequenziale: qui Faletti si era presentato in coppia con Orietta Berti, producendosi assieme a lei in un brano in stile retro - "Rumba di tango" - allegro e divertente. Il testo: "Tango che ti blocca sul ginocchio / come il naso di Pinocchio / se bugie non dice più / tango come un segno del destino / e al mattino meglio dirsi addio / e perdersi / perdersi così". Esperimento simpatico e gradito, ma marchiato dall' eliminazione alla terza serata. Il pezzo fu pubblicato nell'album dal titolo più che sintomatico di "Condannato a ridere".
Effetto sorpresa - La profezia - se appunto di vaticinio si trattava - era però destinata a essere solennemente smentita, quando, dopo due anni di quasi ininterrotta televisione, Faletti annunciò il suo ritorno al Festival di Sanremo con una canzone, si diceva, dedicata alle stragi di Capaci e via d'Amelio. "Tutti si meravigliano che io presenti una canzone così amara - rivelò alla "Stampa"* - ma il primo ad esserne sorpreso sono io. Tutto è venuto di getto: io volevo fare un testo divertente su un carabiniere che dava la multa ad un disco volante, ma le dita sul computer scrivevano altre cose. Parlavano di carabinieri in altro modo. (...) Abbiamo inventato tante barzellette sui carabinieri, questo invece è un omaggio all'Arma. Io comunque avevo dei dubbi. (...) Ho fatto vedere questo testo a Danilo Amerio, uno dei miei arrangiatori, che mi ha consigliato di sceglierlo. Perché no? La gente deve conoscere anche questo mio aspetto insolito". Qualcuno storse il naso. "Chissà perché - scrisse su "Repubblica" Gino Castaldo** - ma sembra che proprio a Sanremo, regno dell'artificio melodico, molti si sentano in dovere di fare gli impegnati, perfino Giorgio Faletti, che porta un pezzo "serio" dal titolo "Signor Tenente" in cui si parla di drammatici fatti di cronaca". In quel "perfino" si annidava tutto il senso dello shock che di lì a pochi giorni Faletti avrebbe prodotto su quello stesso palco: se in fondo non c'era niente di strano nel fatto che un artista potesse, anche radicalmente, cambiare registro, meno probabile era che un'immagine opposta a quella avvezza al pubblico potesse risultare ugualmente convincente. Su questo punto era chiaro che quella che l'attore-cantante poneva agli spettatori era una sfida che in pochi si sarebbero aspettati di vedergli vincere: data la legittimità di cambiare la sua faccia comica in seria, c'era da capire fin dove avrebbe saputo farlo senza destare sospetti di strumentalizzazione. Qualora avesse dimostrato di voler fare il "furbo", sarebbe stato chiaro immediatamente e allora la cosa avrebbe avuto ben poca importanza. Se, al contrario, la sua performance si fosse rivelata autentica e spontanea. beh, tanto meglio per lui.
"...la provinciale sembrava un forno" - Il Festival tolse di mezzo ogni dubbio. Diretto e condotto da Pippo Baudo, lo show si svolse dal 23 al 26 febbraio 1994, riportando in vita il vecchio regolamento privo di quelle eliminazioni che tante polemiche avevano provocato nei due anni precedenti. Venti i cantanti in gara nei Big, diciotto le Nuove Proposte, che annoverando tra le proprie fila Giorgia, Andrea Bocelli e Irene Grandi, avrebbero fatto di quell'edizione una delle maggiori fucine di talenti dell'intera storia recente del Festival. Faletti si esibì per la prima volta durante la serata d'esordio, che da regolamento prevedeva una prima esecuzione per tutti i cantanti e, al termine, una classifica provvisoria stilata dalle giurie demoscopiche. Quando Pippo Baudo ne dette lettura i primi cinque contavano (in ordine rigorosamente crescente): Ivan Graziani, Gerardina Trovato, Michele Zarrillo, Laura Pausini e Aleandro Baldi. Giorgio Faletti, uno dei più applauditi della serata, settimo. La sera successiva, dopo la seconda interpretazione da parte di dieci concorrenti, era addirittura salito fino al primo posto. La sala accolse il verdetto con un vero e proprio boato. Cos'era dunque successo? Cosa era accaduto di così clamoroso da trasformare in poche ore le perplessità e le reticenze della vigilia in ovazioni e applausi? Quali meccanismi chimici avevano messo in atto il processo capace di trasformare in un tempo brevissimo il simpatico cabarettista cantante in un cantautore raffinato e impegnato, guardato da tutti con ammirazione e rispetto? Per prima, una solenne introduzione agli archi, aperta da una rullata di batteria, e tre strofe, cantate a fil di voce. Poi, un delicato tappeto di percussioni, appena sottolineato dal sintetizzatore, e, verso il finale, dal violino. Ma - soprattutto - un testo: "il testo" per eccellenza, preso a metà tra un lentissimo rap e un monologo teatrale di matrice gaberiana. Stile, descrittivo-narrativo, col giovane carabiniere che si rivolge al suo superiore esordiendo con l'affermazione che farà da leitmotiv a tutto il brano: "minchia, signor tenente". Immediatamente il pezzo entra nel vivo, col resoconto delle ore appena trascorse, la pattuglia che è uscita in servizio e si è diretta verso la provinciale per la routine di multe sotto il sole rovente di quasi estate (maggio, la strage di Capaci) o di estate (luglio, l'attentato di via D'Amelio), in un misto di arrabbiata rassegnazione. "Ed è così tutti sudati - prosegue - che abbiam saputo di quel fattaccio / di quei ragazzi morti ammazzati / gettati in aria come uno straccio, caduti a terra come persone / che han fatto a pezzi con l'esplosivo / che se non serve per cose buone / può diventare così cattivo che dopo quasi non resta niente". Siamo stanchi, seguita il protagonista, giunto adesso al momento delle conclusioni e dell'inevitabile sfogo: stanchi di rischiare la vita ogni giorno per un tozzo di pane con cui sfamare le proprie famiglie, stanchi di pensare che "chi ci ammazza prende di più di quel che prende la brava gente", e ancora, esausti di stare su una volante ad aspettare una chiamata radio dietro la quale può nascondersi un destino di vita o di morte. Giorno dopo giorno, anche il coraggio sembra trasformarsi in un fardello troppo pesante da sopportare: resistere in questo "coraggio della paura" appare sempre più difficile e ogni gesto e ogni azione assumono sempre più spesso il valore di un obbligo in cui è diventato difficile credere. L'ultima strofa è la resa dei conti, con il confronto tra il protagonista e il suo interlocutore, ormai sullo stesso piano: quello dell'umanità che in un estremo impeto di confidenza il carabiniere chiede nei confronti di se stesso e della propria giovinezza. "Se pensa che c'ho vent'anni - conclude - credo che proprio non mi dà torto / se riesce a mettersi nei miei panni magari non mi farà rapporto". Interpretazione tiratissima, con lo sguardo commosso rivolto costantemente alla telecamera e un impeccabile dialetto meridionale, l'astigiano Faletti era entrato nelle case degli italiani davanti alla televisione con l'impeto devastante degli eventi che riportano dal sogno alla realtà. O meglio, dal sonno conciliatore alla veglia in cui diventa impossibile non mettere la propria partecipazione al servizio di quanto sta accadendo attorno a noi. In questo caso, la coscienza civile, che scossa da due drammi costati la vita complessivamente a otto poliziotti (tre della scorta di Giovanni Falcone, cinque di quella di Paolo Borsellino), rischiava, dopo circa un anno e mezzo, di "ammorbidire" la memoria di quanto accaduto sotto i grandi cambiamenti politici che, per effetto di Tangentopoli, stavano caratterizzando l'Italia di quel periodo. "Questo paese", tuttavia, non poteva essere solamente quello che si apprestava a entrare nella sua cosiddetta "Seconda Repubblica": ma, prima di ogni altra cosa, quello in cui un giovane carabiniere poteva essere certo di non sbagliare denunciando quanto fosse facile "farsi ammazzare per poco più di un milione al mese", e in cui un cantante che si apprestava a farsene portavoce poteva solamente auspicare (come avveniva nelle strofe introduttive) che, dovessero passare cent'anni oppure duecento, tutto ciò non sarebbe finalmente più accaduto.
Lo stupore e la gloria - Eppure, tolto il primo momento di entusiasmo, il giorno dopo non fu facile per il mondo della canzone svegliarsi con accanto il bagaglio di una canzone tanto realistica e veritiera, laddove la chiave per la sua incredibile efficacia risiedeva soprattutto nella sensibilità con cui Faletti aveva saputo fare suoi i pensieri del suo giovane protagonista. "Io non avrei mai scritto una canzone come "Signor Tenente" - affermò Francesco Salvi, anche lui in gara*** - Si possono dire cose serie anche con leggerezza e facendo ridere". Salvi aveva a lungo lavorato con Faletti e poteva senza tema di smentita definirsi un amico felice per il suo successo, ma era chiaro che il suo disagio era lo stesso di quanti mai e poi mai si sarebbero aspettati sia dall'artista piemontese sia da Sanremo (che pure aveva in gara altri brani di tenore sociale) una canzone tanto lacerante. Faletti aveva superato ogni possibile aspettativa e adesso poteva godersi nel suo primo posto la bontà della sua scelta espressiva: affinché l'Italia si riprendesse dal colpo inferto, tuttavia, sarebbe stato necessario attendere ancora qualche giorno. "Quando hanno ucciso Falcone e Borsellino e gli agenti della loro scorta - aggiunse intanto l'artista sul "Corriere della Sera"**** - ho pensato che la stessa tragica sorte sarebbe potuta toccare ai miei amici che sono carabinieri a Villa d'Asti, vicino a casa mia. E ho anche pensato che sono proprio le forze dell'ordine a provare più di chiunque altro l'amaro gusto del tradimento da parte del proprio paese. Sono loro la punta dell'iceberg di questo momento, che è grave, perché si sono persi ideali e speranza". Si trattava di affermazioni indubbiamente apprezzabili, ma un vago timore, tuttavia, persisteva: da Roma il Comando generale dei Carabinieri fece annullare l'incontro che il cantante-attore avrebbe dovuto tenere con la caserma di Sanremo. Le cose cambiarono radicalmente già dal giovedì con l'arrivo delle prime congratulazioni da parte degli agenti di polizia e dei carabinieri di Asti. "Siamo grati a Faletti - fece sapere il comandante Domenico Gianni - perché ha riportato un aspetto della nostra vita non sempre evidente. Il nostro lavoro di ogni giorno forse non si vede, e fa piacere che sia messo in evidenza anche da una canzone". Le ore successive furono quelle dei telegrammi di ringraziamento, delle lettere e dei messaggi, in massima parte da esponenti di tutta l'Arma, ma anche da sindaci e politici. L'Italia "seria" rendeva omaggio al "serio" Faletti: in questa convinzione, era necessario che ogni esitazione sulla sincerità dell'artista fosse definitivamente spazzata via. L'attesa della finale trascorse tra questi riconoscimenti e qualche scarna polemica di sapore squisitamente politico: Faletti è di destra o di sinistra?
Un secondo posto annunciato - Comunque stessero le cose, era tuttavia chiara almeno una cosa. O meglio, due. La prima, che molto difficilmente Faletti avrebbe potuto davvero conquistare il primo posto nella graduatoria definitiva e dunque vincere il Festival. La seconda che quasi sicuramente sarebbe arrivato secondo, prendendo così la piazza che un anno prima era spettata al Cristiano De André di "Dietro la porta" e che due anni dopo avrebbe premiato Elio e le Storie Tese con "La terra de cachi": ovvero i più meritevoli vincitori morali della storia recente di Sanremo e di quella poco di là da venire. E così fu. Vinse Aleandro Baldi, che accumulò un totale di 27.145 preferenze contro le 25.742 di "Signor Faletti", mentre la terza piazza, con poco meno di duecento voti di differenza, andò a Laura Pausini, la cui "Strani amori", molto presto, ne avrebbe sancito il lancio mondiale. Proprio come al giovane De André un anno prima, a Faletti spettò anche il Premio della Critica, che coronò un apprezzamento andato crescendo ora dopo ora. Era la conclusione più felice per tutti, e, probabilmente, anche la più giusta, consentendo a ciascuno di marciare per strade proprie in maniera naturale: Baldi con un discreto apprezzamento popolare, Faletti con la selva di riconoscimenti ufficiali che sarebbe continuata per diverse settimane coinvolgendo sempre di più politici, intellettuali e giornalisti, la Pausini con una sorta di passaporto verso la gloriosa carriera estera che l'attendeva e che l'avrebbe - unica fra i tre - definitivamente allontanata da Sanremo. Frattanto si era diffusa la notizia che Faletti avrebbe destinato i 145 milioni del contratto pubblicitario del brano agli orfani delle forze dell'ordine. "L'avevo scritto già anni fa - commentò Alberto Bevilacqua, mettendo fine a ogni scontro - In Faletti c'è una vena popolaresca, un'ispirazione sincera. E "Signor Tenente" è la conferma di quell'ispirazione. E' una ballata popolare fin nella struttura, con il cappello cantato e la lamentazione. E una ballata popolare non è di destra o di sinistra. E' anarchica. Se vogliamo, con un sottofondo di qualunquismo conservatore". Prima che la storia la consacrasse come una delle canzoni più interessanti e particolari mai uscite da Sanremo, la marcia di "Signor tenente" continuò ancora per qualche tempo: più che in classifica (dove l'album "Come un cartone animato" non superò mai la ventesima posizione, pur vendendo 80 mila copie nella prima settimana e risultando primo nel Videotel), nelle occasioni ufficiali, negli incontri pubblici, nelle proposte a Faletti di iscrizione al sindacato dei poliziotti o in quelle di investimento della nomina di "carabiniere onorario". In ottobre l'artista astigiano pubblicò "Porco il mondo che c'ho sotto il piedi", una sorta di diario di Vito Catozzo, il personaggio che necessariamente la memoria popolare aveva tirato nuovamente in causa come lo spunto primigenio e paradossale di quanto era accaduto al Festival. In fondo, se Signor tenente aveva avuto tanto successo, il merito era stato anche suo. In quell'occasione Faletti annunciò il proposito di iscriversi nuovamente al Festival di Sanremo, con una canzone, disse, che si sarebbe intitolata "Il pagliaccio e il musicista" e per la quale era già al lavoro assieme a Danilo Amerio. Sarebbe accaduto davvero, ma con "L'assurdo mestiere", che però non sarebbe andata oltre la dodicesima posizione e non avrebbe potuto contare su nessuna particolare attenzione (eccetto il Premio Rino Gaetano conferito all'album omonimo). Alla musica avrebbe continuato a dare il proprio contributo come autore, scrivendo tra le altre "Il giocatore di biliardo" per Angelo Branduardi, assieme a tutte le altre canzoni del suo album "Il dito e la luna" (1998). L'ultimo disco da solista, "Nonsense", sarebbe arrivato nel 2000, appena poco tempo prima dell'inizio di una nuova avventura: quella, cioé, che a partire da "Io uccido" del 2002, nel giro di pochissimi anni, avrebbe fatto di Giorgio Faletti lo scrittore italiano più venduto nel mondo.
(Melisanda Massei Autunnali) * Giorgio Faletti in Adele Gallotti, "Sanremo, Faletti non scherza", "La Stampa", 25 gennaio 1994.
** Gino Castaldo in "Amore amore ma pure Che Guevara", "La Repubblica", 23 febbraio 1994.
*** Francesco Salvi in Maria Pia Fusco, "Salvi e Faletti, tra vigili e tenenti", "La Repubblica", 25 febbraio 1994.
**** Giorgio Faletti in Gloria Pozzi, "Faletti, macché sfruttare i drammi, mi ispiro a Gaber, risate e malinconia, "Corriere della Sera", 26 febbraio 1994.
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