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"RENATO CURCIO " (Francesco Baccini, "Nomi e cognomi ", CGD, 1992)

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Chi era Francesco Baccini alla prima metà del 1992? Un folletto malizioso e romantico, un provocatore divertito, uno scanzonato chansonnier che aveva preso in consegna l'eredità della tradizione genovese per ricrearla alla luce di una accattivante ironia? Certamente tutto questo: ma non solo questo. A dimostrarlo sarebbe arrivato, verso la fine della primavera, "Nomi e cognomi", ad oggi forse il suo album più conosciuto e celebrato. L'album di "Giulio Andreotti", di "Margherita Baldacci" e di "Radio Maria": ma anche l'album di "Renato Curcio", la canzone che non solamente avrebbe dimostrato fino a punto Baccini fosse in grado - in maniera convincente - di filtrare attraverso il suo punto di vista (e dunque offrire una propria chiave di lettura) una questione storico-politica importante, ma soprattutto quale profonda umanità fosse possibile rintracciare nella sua poetica, capace di far vibrare le corde dell'animo con irrinunciabile intensità. Certo, l'impresa aveva richiesto del coraggio, e ancora di più l'avrebbe richiesto quando Baccini si sarebbe trovato al centro di polemiche di vario genere: ciononostante "Renato Curcio" resta ad oggi la sua canzone più apprezzata e stimata, segno evidente, questo, di uno sguardo capace di andare molto oltre l'apparenza delle cose e - non ultimo - anticipare i tempi.

La canzone censurata - "Nomi e cognomi" arrivò nei negozi di dischi nel maggio del 1992, terzo album del cantautore genovese che aveva esordito con "Cartoons" nel 1989. L'album successivo, "Il pianoforte non è il mio forte", del 1990, era stato il primo autentico successo dell'artista, che contemporaneamente, assieme ai Ladri di Biciclette, aveva trionfato al Festivalbar: "Sotto questo sole", la loro canzone, era stata una tra le più suonate dell'anno, coccolatissima da radio e juke-box e quarta nella classifica generale delle vendite. "Giulio Andreotti" e "Margherita Baldacci" si avviarono rapidamente verso lo stesso destino, sorrette entrambe da videoclip altrettanto irriverenti e tragicomici. La critica sorrise compiaciuta: le aspettative erano soddisfatte, Baccini confermava a pieno le premesse dei suoi esordi, facendo del suo spirito da ragazzaccio l'allegra carta dell'invettiva contro i potenti, i presuntuosi, i falsi miti. "Renato Curcio", frattanto, restava all'angolo: acclamatissima dai fans in concerto, scivolava solo velatamente tra le righe delle recensioni sui giornali. Scarto casuale o premeditato? Timore, imbarazzo, sorpresa? Comunque stessero le cose, era palese che, a fronte di tutto, l'irriverenza di "Giulio Andreotti" fosse di certo più immediatamente accettabile e comprensibile. La vera bomba dell'album era un'altra e Baccini non aveva che da aspettare che esplodesse. Le cose cambiarono radicalmente a metà dell'autunno, quando i giornali si trovarono costretti a raccontare l'incontro che il cantautore aveva avuto con l'ideologo delle Brigate Rosse nel carcere di Rebibbia. Solamente due giorni prima, il 22 novembre, Baccini si era visto "sconsigliare caldamente" l'esecuzione di "Renato Curcio" davanti alle telecamere (Rai, Telemontecarlo, Italia Uno) che riprendevano dal Palaeur di Roma il concerto collettivo "No alla droga: questa è lezione", promosso dalla presidenza del consiglio dei ministri. "Mi sono commosso - raccontò Baccini* - L'ho sentito lsereno, lucido, sincero; l'ho scoperto innamorato della vita". Era stato lo stesso Curcio a fare sì che Baccini ottenesse in tempi brevi l'autorizzazione per incontrarlo: "Gli avevo mandato la registrazione del brano e una lettera - spiegava il cantante* - All'inizio di novembre ho ricevuto la sua risposta: mi ha fatto capire che aveva capito lo spirito del pezzo e che era curioso di incontrarmi". Il colloquio durò quasi tre ore: entrambi compresero che non sarebbe stato né l'ultimo, né, tantomeno, l'unico.

Lavori per un videoclip - Il videoclip di "Renato Curcio" fu girato il 7 gennaio 1993. A Rebibbia, in carcere. Ne fu regista Ambrogio Lo Giudice, che, pioniere del corto musicale in Italia, era rimasto non poco colpito dall'incontro che Curcio aveva avuto con Baccini meno di due mesi prima. Era stato durante quel colloquio che il cantante aveva chiesto al suo "protagonista" quante possibilità ci fossero di coinvolgerlo direttamente nella realizzazione del video della canzone: la cosa era parsa fattibile e il progetto era così definitivamente decollato. Di nuovo i giornali drizzarono le orecchie. La canzone più "temuta" di "Nomi e cognomi" si avviava a diventare un evento da caratteri cubitali. "Almeno stavolta si parlerà di me per quel che faccio oggi - commentò Curcio** - senza strumentalizzazioni, né polemiche." Le riprese si svolsero per una durata consecutiva di cinque ore durante le quali Lo Giudice riprese Curcio all'esterno e all'interno del carcere, nella sua cella, al suo tavolo di lavoro, tra i suoi libri, le lettere e gli altri oggetti della sua quotidianità. Rigorosamente in bianco e nero (eccetto l'albero e il cielo sul finale), il video alternava a queste immagini una serie di primi piani di Baccini, anch'essi realizzati quasi tutti in cella. In apertura, la lettura della lettera che Curcio aveva scritto al cantautore precedentemente al loro primo incontro, atto sospensivo della tensione che sarebbe esplosa con l'ingresso dello struggente pianoforte di apertura del brano. Il 23 gennaio il video fu presentato fuggevolmente in tv durante la trasmissione "Prisma". Quattro giorni più tardi, durante il "Maurizio Costanzo Show", fu riproposto per la prima volta in maniera integrale. "Con questa iniziativa - aggiunse Baccini - ho voluto raccontare la vita di Curcio come quella di un uomo dietro le sbarre, dare una testimonianza della sua coerenza, e mi pare che la partecipazione di Curcio al video sia la risposta migliore a quelli che eventualmente abbiano voglia di pensare a un'operazione in malafede"***. Nel salotto televisivo di Costanzo, assieme a Baccini, c'erano anche l'ex magistrato Ferdinando Imposimato e Nando Dalla Chiesa, figlio del generale che aveva sconfitto quasi vent'anni prima le Brigate Rosse. La lotta armata è un ricordo ormai lontano, scrissero i giornali: avere queste presenze in uno studio in occasione di un evento simile non può che essere la prova di come i tempi siano definitivamente cambiati. Era un'affermazione vera a metà: se Costanzo era apparso più che disponibile allo sviluppo di un dibattito in questa direzione, non altrettanto lo furono i vari canali televisivi, compresi quelli musicali. Laddove "Margherita Baldacci" e "Giulio Andreotti" avevano spopolato, la trasmissione di "Renato Curcio" avveniva col contagocce. Qualche settimana dopo Rai Due programmò di trasmetterlo al termine di uno speciale dedicato agli anni di piombodal programma "Coraggio di vivere" di Riccardo Bonacina. Posto in coda alla trasmissione, il video fu sfumato meno di un minuto dopo il suo inizio. I funzionari si difesero avanzando esigenze di tempistica: il dubbio censorio, tuttavia, rimase.

Perché Curcio? - Non era stato un caso che proprio in quel preciso periodo Francesco Baccini avesse scelto di dedicare una canzone a Renato Curcio. In carcere dal 18 gennaio del 1976, l'ex brigatista - che personalmente non si era macchiato di alcun omicidio e che al tempo stesso non si era mai pentito - era entrato nuovamente a far parte del dibattito pubblico nell'agosto 1991, quando l'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga aveva proposto per lui un'istanza di grazia, sottoponendola al giudizio del Parlamento e del Governo. Qualche mese prima Curcio aveva accettato di incontrare in carcere il ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli, ponendo di fatto la parola fine alla lunga stagione degli anni di piombo, già formalmente sancita da una lettera aperta di quattro anni prima, firmata assieme, tra gli altri, a Mario Moretti. L'annuncio di un possibile atto di clemenza nei suoi confronti scatenò le reazioni più disparate, non ultimo per il fatto che la proposta arrivava dalla stessa persona che nel non lontanissimo 1978, in occasione del sequestro Moro, era stata tra le più ferree nel difendere quella "linea della fermezza" che sarebbe costata la vita al presidente della Democrazia Cristiana. "Forse un pentito c'è in questa vicenda - scrisse Eugenio Scalfari**** - Non è Curcio, ma è Cossiga, che vuole dare oggi, a Moro defunto, un riconoscimento che fece bene a negare tredici anni fa. Cossiga allora era nel campo opposto a quello di Craxi e di Martelli. Oggi si pente e si allinea. Anche un presidente qualche prezzo lo deve pagare". Altre polemiche vennero naturalmente dalle associazioni dei parenti delle vittime delle BR, che rivendicarono il sangue versato dai loro cari. Il mondo cattolico si divise. Marco Pannella, favorevole alla grazie a Curcio, ma non ai modi della proposta, denunciò Cossiga per attentato alla Costituzione. La vicenda si concluse qualche mese dopo, quando Giulio Andreotti, allora ancora presidente del consiglio, si dichiarò favorevole all'iniziativa: Martelli replicò contrariato, esprimendo al contempo il proprio disappunto per la responsabilità demandata da Cossiga al Governo. La grazia poteva essere invocata come atto umanitario, non come atto politico. Pochi mesi più tardi la questione si chiuse. Il 7 aprile 1993, tre mesi esatti dopo il video girato con Baccini, Curcio ottenne la semilibertà. Un mese prima era uscito per i tipi di Mondadori "A viso aperto", il suo libro scritto assieme all'inviato dell'"Espresso" Mario Scialoja. Qui Curcio scriveva: "Non solo non ho voluto rinnegare il passato, ma neanche evadere dalle mie responsabilità sgusciando fuori da una vicenda che non può essere minimizzata. (...) Non si poteva - e non si possono - mollare le persone che in questa storia sono state implicate e che sono andate a finire in galera. Io considererò chiuso il mio conto con le Brigate Rosse nel momento in cui avrò la gioia di vedere fuori dal carcere e rientrati dall'esilio tutti i compagni coinvolti nell'avventura degli anni '70".

"...son solo un uomo solo" - "Dedicato a un uomo che soffre in carcere, che non ha mai rinnegato il passato, pur cosciente degli errori. C'è chi ha sparato e lui no, che oggi gira libero dopo un più comodo voltafaccia"*****. Dignità e solitudine erano sicuramente i due perni principali attorno ai quali si muoveva la riflessione di Baccini in "Renato Curcio", dove l'ex brigatista parlava in prima persona, descrivendo la sua vita in carcere. Più che lo svolgersi giornaliero delle sue giornate, tuttavia, a catturare l'interesse di Baccini era soprattutto la concentrazione di ricordi e di sensazioni che quell'isolamento prolungato avevano dovuto suscitare di anno in anno nel suo personaggio, il cui profilo emergeva dal testo in senso più emotivo che biografico e forse, proprio per questo, più chiaramente convincente. Gli unici fili effettivamente concreti che emergevano più o meno direttamente dalle parole scritte da Baccini erano la vicenda di Curcio con la moglie Margherita "Mara" Cagol, uccisa nel 1975 durante uno scontro tra BR e carabinieri, e il dibattito sulla grazia, centrale in tutti e tre i ritornelli. Nel primo caso non c'era dubbio che Curcio, nella percezione del cantautore, concepisse come una nostalgia comune, sia per la vicenda privata, che per quella politica, l'ideale dialogo stabilito con la donna: "Sai quante torte con la lima che ho inghiottito per capire se / il nostro amore inbavagliato era più forte di uno sparo, eh / ma il nostro covo adesso non c'è più / ci han fatto sotto la fermata del bus". Nel secondo, laddove si concentrava la motivazione ideologica del brano, il supposto pentimento da parte di Curcio era visto come una soluzione che altro non avrebbe fatto se non svilire la condizione di un uomo che non aveva rinunciato, malgrado la lunga prigionia, alla propria coerenza e ai propri ideali: "Mi pento, ma questo / non puà aiutarmi lo sai / adesso nel vento / mi piace pensarti qui". Concepita come una ballata classica, la canzone aveva una struttura articolata e precisa: due strofe di quattro versi ciascuna, concluse ognuna da una coda di due e seguite entrambe dal ritornello, un bridge, un ritornello a seguire. Rispettoso della tradizione nel modo in cui era costruito, il pezzo aveva la sua originalità nella nobiltà con cui ciascuna delle parti viene affrontata, con il bridge ("comunicato numero 18 / lasciamo stare, quel che è fatto è fatto..."), che oltre a riprendere in parte il linguaggio proprio della lotta armata, spezzava completamente l'andamento sonoro della canzone, dirottando la sua melodia intimista verso una dimensione molto più rockeggiante e incalzante. Non solo: forse è proprio a questa parte che spettava la maggiore concentrazione emotiva del brano, fino a quel momento condensata nella delicatezza dei pensieri e delle supposizioni: nell'esplosione del grido che Baccini attribuiva a Curcio in questo punto era probabilmente racchiusa la sintesi della sua condizione, di quella immensa e profonda solitudine che coglie l'uomo di fronte a se stesso e al quadro della propria vita presente e passata. L'album "Nomi e cognomi" vendette oltre duecentomila copie.

(Melisanda Massei Autunnali)

 

* Francesco Baccini in Gloria Pozzi, "Baccini racconta il suo incontro con Curcio", "Corriere della Sera", 25 novembre 1992.

** Renato Curcio in G. Fer., "Renato Curcio in versione video", "La Stampa", 13 dicembre 1992.

*** Francesco Baccini in "Stasera in tv la prima del brano di Baccini con Curcio", "La Repubblica", 26 gennaio 1993.

**** Eugenio Scalfari, "Tra Curcio e Cossiga il pentito chi è?", "La Repubblica", 9 agosto 1991.

***** Francesco Baccini in Matteo Speroni, "Intanto Baccini fa lezione in Bocconi", "La Repubblica", 20 aprile 1994.

 

 

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