home

canzoni

interviste

bibliografia

centri di studio

festival e iniziative

eventi

archivio

links

 

"IL MONDO AVRA' UNA GRANDE ANIMA" (Ron, "Il mondo avrà una grande anima", RCA Italiana, 1988)

Condividi 

Soltanto raramente in tempi recenti le case discografiche che si occupano del vecchio repertorio RCA di Ron hanno provveduto a salvare dall'oblio "Il mondo avrà una grande anima", che il cantautore lombardo portò in gara al Festival di Sanremo del 1988 (24/27 febbraio). Non che - d'altra parte - lo stesso cantante abbia riservato al brano un trattamento di riguardo: scarse e quasi tutte recenti sono, infatti, le prove che testimoniano una ripresa dal vivo, né il pezzo è mai stato recuperato per un'incisione successiva a quella originale. La circostanza non manca, se non di sorprendere, almeno di creare qualche perplessità: non tanto per il valore qualitativo, che pone la canzone in un'area piuttosto alta della produzione di Ron, quanto piuttosto per la dimensione di apripista di un discorso sull'amore universale che il cantautore avrebbe portato a lungo avanti negli anni successivi. Una riflessione che si sarebbe concentrata sui temi più disparati, ma che in questo contesto prendeva avvio da un evento ben preciso: ovvero, il clamoroso atterraggio di un giovanissimo tedesco occidentale sulla piazza Rossa di Mosca, cuore simbolico dell'impero socialista.

Il contesto storico - La sera del 28 maggio 1987 quello che si presentò agli occhi dei passanti della piazza Rossa fu uno spettacolo a cui nessun moscovita avrebbe mai pensato di poter credere a patto di non potervi assistere direttamente. Erano infatti poco più delle sette e mezzo quando un piccolo aereo da turismo - per la precisione un Cessna 172 - dopo aver sorvolato il Cremlino, atterrò infatti a pochi passi dalla chiesa di San Basilio: dall'abitacolo ne uscì, appena un po' stordito, un ragazzo, che ben presto si seppe chiamarsi Mathias Rust, avere diciannove anni, e - cosa decisamente più importante - provenire dalla Germania Occidentale. Per raggiungere Mosca, Rust era partito circa cinque ore prima dalla Finlandia: il che non soltanto significava avere percorso una distanza di quasi mille chilometri, ma soprattutto aver varcato il confine che separava nettamente l'Europa (e il mondo) occidentali dall'area socialista. Quella cortina di ferro, cioé, della quale a chiunque era precluso il passaggio e che dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale aveva portato ai due blocchi divisi innumerevoli tensioni e scarsi tentativi di conciliazione. Nel 1987, in ogni caso, la possibilità di un'intesa appariva molto meno remota di quanto non si sarebbe potuto pensare appena pochi anni prima: "glasnost" e "perestrojka" erano due parole già conosciute all'interno del lessico politico internazionale e alcuni incontri tra Ronald Reagan, allora presidente degli Stati Uniti, e Michail Gorbaciov, segretario generale del PCUS, lasciavano sperare che, soprattutto sulla questione nucleare, le due fazioni avessero buone possibilità di trovare punti di accordo. L'ultimo di questi incontri, però, avvenuto nell' ottobre precedente a Reykjavic, aveva, almeno temporaneamente, frenato gli entusiasmi: i due capi avevano mostrato di mantenere ancora diverse perplessità per quanto riguardava lo smantellamento dell'arsenale missilistico di entrambi i blocchi e il summit si era concluso quasi bruscamente. Molti anni più tardi Mathias Rust avrebbe dichiarato che proprio questo episodio aveva smosso in lui il desiderio di mettere in atto quel "gesto di pace" che a chiunque altro sarebbe apparso, se non altro, almeno una follia: e infatti sarebbe dovuto trascorrere molto tempo prima che lo stesso Rust potesse raccontare di come due caccia sovietici avessero accompagnato l'ultimo tratto del suo volo e che dunque come quell'atterraggio fosse stato molto meno semplice di come potesse essere sembrato in un primo momento. Le conseguenze non furono più serene: Rust fu arrestato, incarcerato, condannato a quattro anni di lager a regime rinforzato, che tuttavia si ridussero a 14 mesi quando nell'estate del 1988, alla vigilia della distensione, Gorbaciov decise per la concessione della grazia. Il gesto del giovane, tuttavia, non era stato privo di senso, al di là del suo alto valore simbolico e della beffa giocata a una delle due superpotenze mondiali: dopo il suo mirabolante atterraggio, il Cremlino era stato costretto a rimettere in gioco una parte non propriamente trascurabile del proprio organico: Sergej Solokov, ministro della difesa, e Alexander Koldunov, ministro della difesa aerea, furono immediatamente deposti dalle loro cariche per incapacità. Assieme a loro, persero il proprio posto diversi funzionari e alte personalità dell'esercito sovietico.

"Verrà un giorno che gli aerei voleranno da soli" - Nessun elemento diretto del testo de "Il mondo avrà una grande anima" potrebbe recuperare all'ignaro ascoltatore la figura storica di Matthias Rust: se sappiamo essere lui l'ispiratore della canzone, lo dobbiamo allo stesso Ron, che ha provveduto a informarcene. Questo per la scelta di uno stile evocativo che, più della vicenda di Rust, rende protagonisti i suoi pensieri e le sue riflessioni: le impressioni, cioé, che il giovanissimo aviatore dovette provare nel corso di quel breve, ma epocale volo. Prima delle conseguenze (la reazione dei Russi), Ron sceglie dunque di mettere in campo spirito e motivazioni, ovvero il messaggio di pace esplicitato da Rust e tradotto dal cantautore in una sorta di inno alla fratellanza e all'unità tra i popoli. L'unico riferimento preciso è quello agli aerei, con cui il pezzo si apre e che ci lascia intuire un'ambientazione d'effetto, in mezzo alle nuvole, in cui l'aereo si fa metafora non solamente di una beffa ai danni di un impero, ma dell'auspicio di un futuro in cui "tutto sarà diverso" e, appunto, "il mondo avrà una grande anima". Pezzo costruito tradizionalmente sull'impianto di strofa e ritornello, la canzone vive la sua originalità in una certa felicità di scrittura: la ripetitività melodica e ritmica dei versi delle strofe crea un senso di sospensione che prima si stempera nell'intenso, per quanto breve, brigde ("so soltanto / tutto sarà diverso") e poi sembra riemergere nel refrain. Minimale nella costruzione melodica, il brano trova buona parte della sua emotività nella scelta dell'ossessivo tappeto di tastiere che introduce e poi accompagna la canzone per uno spazio consistente delle strofe. Il ritornello, in cui la canzone, ritrovando il titolo, raggiunge il suo culmine, sono invece sottolineate da un appassionato violino, che amplifica la grande solennità di questo futuro in cui si fa di tutto per poter credere. Il pezzo fu prodotto da Ron e da Roberto Costa, che suonò anche il basso, partecipò ai cori e si occupò della registrazione del brano come ingegnere del suono. Ai cori, oltre a Costa e ad Antonella Melone, presero parte anche il regista Ambrogio Lo Giudice e il cantante degli Stadio Gaetano Curreri. Michele Lombardo suonò la batteria, Bruno Mariani la chitarra.

Un Sanremo difficile - Quella del 1988 era la seconda partecipazione di Ron al Festival di Sanremo: in precedenza vi aveva concorso addirittura diciotto anni prima, quando, ancora col nome di Rosalino Cellamare, aveva esordito a soli sedici anni con "Pa' diglielo a ma'". I lunghi anni intercorsi, tuttavia, non bastavano a spiegare l'epocale distanza che separava l'adolescente cripto-hippie dal musicista maturo della fine degli anni Ottanta: in meno di due decenni, Ron (che aveva avuto anche il tempo di concedersi una pausa cinematografica di un paio d'anni) era stato capace non solo di dare vita a una produzione nutrita per quanto pregevole, ma anche di contribuire - e talvolta in maniera non propriamente trascurabile - anche a innumerevoli lavori di colleghi che ne avevano apprezzato in modo particolare le doti di chitarrista acustico. Non solo: all'arrangiatore Ron spettavano i meriti di buona parte della riuscita dell'epocale tour "Banana Republic" di Lucio Dalla e Francesco De Gregori (estate 1979), contributo che era stato in ogni caso bilanciato dalla possibilità di esibirsi sullo stesso palco e rilanciarsi di fronte al pubblico dopo l'assenza dalle scene. In base a questi talenti non era dunque difficile immaginare come alla vigilia di Sanremo la stampa pensasse a Ron come a uno dei favoriti del Festival, in grado di portarsi dietro "grosse chance"*. Pur meno speranzose quanto agli esiti del concorso, i primi ascolti confermarono la fiducia pregressa: "E' meglio che si occupino d'amore - sentenziò Maria Pia Fusco, commentando i testi delle canzoni in gara - perché quando scivolano su altri temi, i risultati potrebbero essere disastrosi. A parte qualche eccezione, come quella di Ron, che propone un bel sogno come "Il mondo avrà una grande anima""**"Un discorso completamente a parte merita Ron - rincarò Gino Castaldo - coraggiosamente disposto ad affidare una delle sue migliori canzoni in assoluto (...) alla micidiale bagarre sanremese, capace di maciullare qualsiasi nobile sentimento melodico. La sua canzone è delicata, fragile, particolarmente vulnerabile, ma potrebbe colpire proprio per questo"***. Che le cose andarono in maniera completamente diversa lo testimoniano gli atti, per i quali "Il mondo avrà una grande anima" ottenne solamente 230.722 preferenze su altrettante schedine Totip e si classificò ventunesima nella graduatoria finale, su ventisei concorrenti complessivi. Ben pochi riscontrì ottenne inoltre l'album, che prese lo stesso titolo della canzone di Sanremo e, che eccetto due inediti, era stato registrato dal vivo nel corso della tournée dell'anno successivo. Prodotto da Roberto Costa, fu l'ultimo lavoro di Ron per la RCA Italiana: il cantautore lomellino sarebbe tornato sul mercato discografico solamente due anni più tardi incidendo per la Warner "Un momento anche per te".

(Melisanda Massei Autunnali)

*Piero Valentino, "Amori nati, perduti o rubati sul palcoscenico di Sanremo", "La Repubblica", 02 febbraio 1988.

**Maria Pia Fusco, "E' dolce, amaro, perduto. Ha solo un nome: amore!", "La Repubblica", 24 febbraio 1988

***Gino Castaldo, "Le canzoni di sempre, ma attenti ai giovani", "La Repubblica", 24 febbraio 1988.

 

 

La Canzone Italiana
LA CANZONE ITALIANA è un sito nato nel 2004 allo scopo di raccogliere materiali, notizie e testimonianze inerenti la musica italiana e la sua storia. Nel tempo si è modificato più volte, fino a raggiungere l'attuale versione definitiva, che si propone anche come un punto di riferimento per informazioni di ricerca e sulle sedi, virtuali e non, di possibile consultazione in Italia.

Chi siamo
Tutti i contenuti del sito lacanzoneitaliana.it sono stati realizzati da Melisanda Massei Autunnali (Piombino, 1978). Storica e ricercatrice della canzone italiana, con Coniglio Editore ha pubblicato "Chiedi chi sono gli Stadio" (2006), "Gianna Nannini- Discografia illustrata" (2007), "Claudio Baglioni - Discografia illustrata" (con Manlio Fierro e Raffaele Pirretto, 2008) e "Lucio Dalla - Discografia illustrata (2010). Per Donzelli ha pubblicato "Caruso. Lucio Dalla, Sorrento. Il rock e i tenori" (2011). Ha partecipato al "Dizionario completo della canzone italiana" di Dario Salvatori (Rizzoli, 2006) e a "Il grande dizionario della canzone italiana" di Enrico Deregibus (Giunti, 2006). Collabora con la Discoteca di Stato (Ministero dei Beni Culturali), con il quotidiano "Il Tirreno" e la rivista "Musica Leggera". Fa parte della giuria del Premio Tenco.

Contatti
info@lacanzoneitaliana.it
 

La Canzone Italiana è un portale no profit nato nel 2004 e interamente gestito e organizzato nei suoi contenuti da Melisanda Massei Autunnali. Ogni contenuto può essere riprodotto solamente previa citazione della fonte www.lacanzoneitaliana.it o del nome dell'autrice e in ogni caso solo per finalità di uso personale, ricerca e studio e non per fini commerciali. Foto o testi coperti da diritti d'autore sono riprodotti solamente per finalità informativa in base alla legge n° 633 del 22 aprile 1941. Per ulteriori informazioni contattare info@lacanzoneitaliana.it