ARES TAVOLAZZI, DA COLTRANE AGLI AREA PASSANDO PER... BILL EVANS
Condividi
(Piombino, martedì 11 aprile 2012)
Si chiama "Living Coltrane" l'album che Ares Tavolazzi ha pubblicato lo scorso anno assieme a Stefano "Cocco" Cantini (sax), Francesco Maccianti (piano) e Piero Borri (batteria). "In pratica ripercorriamo il quartetto di Coltrane - spiega lui, entusiasta - cercando un po' il suo suono: primo perché ci dava un enorme piacere suonare questa musica, ma anche perché sono uscite delle cose abbastanza originali e che ci piacciono. E per questo abbiamo deciso di portarle in un secondo CD". Gli appassionati di genere certo ringrazieranno: almeno tanto quanto coloro ai quali sarà spettato il privilegio di confrontarsi con un'altra qualsiasi delle molteplici esperienze chiamate a comporre il quadro del presente di uno dei maestri italiani del contrabbasso, lui che come ultimo disco si è comprato un cofanetto di Bill Evans e il cui nome è un sigillo di garanzia presso ogni panorama che lo comprenda. Tra queste, ad esempio, il quartetto che lo vede accanto ancora a Cantini, al pianista Ramberto Ciammarughi e al batterista Andrea Melani. "Io suono con queste persone da molti anni - racconta al termine dello splendido concerto tenuto presso il teatro Metropolitan di Piombino l'11 aprile 2012 - anche se non suoniamo spesso insieme, almeno tutti insieme: suoniamo singolarmente insieme. Questo quartetto è nato due anni fa, ma la grande occasione è scaturita l'anno scorso da un concerto che abbiamo fatto al Grey Cat con una grande orchestra e con Kenny Wheeler. Lì abbiamo preso contatto con la cantante Diana Torto, che anche stasera si è esibita con noi".
E poi c'è il progetto "Beatles in jazz", partito un paio d'anni fa, quando alla stampa sembrò quasi una sfida il fatto che tre maestri, appunto Tavolazzi, Danilo Rea ed Ellade Bandini, del resto tutti già abbondantemente addestrati alla canzone leggera, accettassero l'approccio con il repertorio pop per eccellenza. Il risultato, a dispetto dagli snob, fu un incrocio capace di unire la raffinatezza dell'esecuzione all'evidente gusto di divertirsi sul palco. "Io, Bandini e Danilo Rea - commenta Tavolazzi - continuiamo infatti a portarlo avanti: stiamo suonando, anche in quel caso a volte più a volte meno perché Danilo è molto impegnato nei piano solo e nelle sue altre innumerevoli collaborazioni. Abbiamo fatto molti concerti e la speranza è di riuscire a farne altri ancora la prossima estate". Ciò in cui molti appassionati debbono però evidentemente aver molto sperato è la reunion degli AREA, quasi un gruppo cult per i giovani che non erano ancora nati ai tempi dei loro successi negli anni Settanta. Ares Tavolazzi vi era entrato nel 1973, andando a ricoprire il posto vacante di bassista lasciato da Patrick Djivas, passato alla Premiata Forneria Marconi. Per cinque anni lui, Patrizio Fariselli, Paolo Tofani, Giulio Capiozzo e Demetrio Stratos furono i protagonisti di dischi ed esecuzioni rimasti nella storia di quello che allora, forse in maniera non sempre definibile, si amava etichettare come "rock progressive". In quella produzione, del resto, c'era assai poco di catalogabile, allora come adesso, quando i ragazzi si vanno ad ascoltare "Crac!" o "Are(A)zione" scoprendovi quel che di impalpabile capace di ricreare il fascino dopo tanti anni. "E' vero - conferma Tavolazzi - c'è un grande interesse intorno a tutto questo, soprattutto da parte di molti giovani, complici sicuramente Internet e YouTube che aiutano a conoscere moltissime cose. Sono molto contento di tutto questo". Il progetto, racconta, è partito tre anni fa: "L'occasione è stato il festival organizzato a Siena da Mauro Pagani. Lui ha avuto questa idea e poi noi [Tavolazzi, Tofani, Fariselli e Walter Paoli] da qui siamo andati avanti e adesso abbiamo tanto materiale live da farci pensare di poter far uscire un disco: vedremo un po'. La cosa più curiosa, intanto, è avere reincontrato queste persone dopo trent'anni e il fatto di rimettersi in discussione mi sta incuriosendo molto. Tra l'altro mi ritrovo a fare cose che facevo allora con un bagaglio molto più vasto, per cui è possibile arricchirle con tutto quello che ti è successo in questo arco di tempo nella tua vita di musicista. C'è un altro modo di portare la musica, più maturo. Soprattutto togli, anziché aggiungere. Questo lo trovo molto interessante: tutto diventa molto più leggero, come d'altronde non potrebbe essere, visto che i tempi sono cambiati. E poi non siamo più neanche coinvolti politicamente come eravamo allora".
A più attenti lettori delle buste dei dischi non potrà essere sfuggito il nome di Ares Tavolazzi praticamente su tutti gli album di Francesco Guccini dalla fine degli anni Settanta in poi, compreso quell'"L'isola non trovata" che aprì la discografia degli "anni di piombo" per il cantautore modenese: ma soprattutto gli ascoltatori più sensibili non potranno non aver notato le affascinanti tessiture di contrabbasso che pervadono alcuni dei brani più suggestivi, come ad esempio "Scirocco", dall'album "Signora Bovary" del 1987. "Il grande pregio di Francesco è che si fida dei suoi musicisti - commenta Tavolazzi - Non tutti, specialmente a quei tempi, avevano questo atteggiamento. Lui praticamente ci ha sempre lasciato in mano tutto, perché riconosce di non essere un musicista lui stesso. Lui, beh, dicasi cantautore, ma più che altro è uno che scrive parole e le sa mettere insieme bene e le interpreta in un certo modo. Diciamo che il gruppo ha arricchito la sua musica". Dalla fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta questo gruppo, ricorda il l'artista, è stato molto importante: "Fino ai primi anni Novanta per i cantanti e i cantautori, almeno per molti, il gruppo era qualcosa che arricchiva la musica. Poi adesso non è più così. Diciamo che la tecnologia da questo punto di vista ha un po' appiattito la fantasia, la creatività. Per me vivere queste esperienze è stato importante, come il resto della musica che ho deciso di fare. Devo dire che lavorare con i cantanti e i cantautori mi ha permesso di campare. Da un lato c'era la ricerca, da un lato c'era quello che io chiamavo lavoro, anche se l'ho fatto con passione. Però non era esattamente quello che volevo fare e che faccio ora". (Melisanda Massei Autunnali)
|