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TRA LE NUVOLE E IL MARE SI PUO' FARE E RIFARE. MAURO PAGANI TRA PASSATO E PRESENTE

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(intervista realizzata a Festambiente, Rispescia, il 6 agosto 2004)

Partirei parlando di "Domani", il disco che è uscito nell'estate dello scorso anno.

Sì, praticamente è un anno. Tra l'altro è un disco che ha avuto una vita promozionale molto travagliata, perché quest'anno - febbraio, marzo - ha chiuso la casa discografica, la NUN. Quindi mi sono trovato senza promozione, senza spazi. Comunque non mi posso lamentare, è un disco che è andato bene, è stato trasmesso, e di questi tempi, considerato che non lavoravo con una major... Ha avuto anche qualche premio. Insomma, va bene.

Parlando del disco, ci sono tante cose da dire: oltre alla parte musicale, ovviamente ineccepibile, trattandosi di te, ci sono una preparazione letteraria e un tessuto linguistico molto interessante. Tra tutti i testi quello che più mi piace, per contenuto e per struttura, è quello di "Sarà vero": un modo di interrogarsi in una maniera  quasi distaccata...

Innanzitutto noi uomini, noi bianchi, ci crediamo eterni e invincibili e naturalmente non è vero, e poi noi bianchi occidentali ci crediamo intelligenti, depositari della verità, crediamo di avere la fede giusta alle nostre spalle, pensiamo che la nostra civiltà sia la migliore di tutte, e in realtà ci stiamo difendendo dall'assalto di un Terzo Mondo che abbiamo impoverito nel giro di centocinquant'anni di dominio. Abbiamo ridotto il Terzo Mondo a un disastro, abbiamo distrutto civiltà esistenti sulla base di un progresso che poi ha coinvolto solo noi e ha distrutto negli altri quello che c'era. Noi viviamo alle spalle dei poveri del Terzo Mondo e questo lo si sa. In più abbiamo anche distrutto il loro tessuto sociale, perché poi siamo andati lì, abbiamo distrutto i loro equilibri, e allora, se dovessi raccontarlo sul serio, dovrei lanciare degli anatemi fiammeggianti e non è la sede. Le canzonette devono sempre ricordarsi di essere canzonette. Sono argomenti che non so se sia giusto che noi andiamo a toccare con le canzoni. Siamo degli strimpellatori che cercano di dire quello che pensano. Va bene, va bene tutto, però bisogna stare attenti. Comunque a parte questo, in quel pezzo mi chiedo se sarà vero che siamo i più furbi, i più intelligenti... mentre invece siamo degli animali stronzi, aggressivi, prepotenti, che si scannano per il cibo e per lo spazio vitale.

Un'altra cosa che mi piace molto di questo disco è la contaminazione linguistica. Scrivi in inglese, in spagnolo...

Non scrivo io in spagnolo, quella è una poesia di José Martì, poeta cubano della fine dell'Ottocento, in realtà molto più noto come eroe della lotta di liberazione, dell'indipendenza cubana contro la dominazione americana. E' morto nel 1899 e ha scritto un po' di poesie che sono state musicate: per esempio "Guantamanera" è una poesia di José Martì. Io ho preso questa perché è la storia di una donna che si butta nel fiume per amore, mi ricordava molto "Marinella", e così l'ho musicsta per questo. E poi perché è molto bella, raccontata in maniera delicata. Poi c'è molto inglese e parecchia poesia. Io addirittura avevo musicato "Rhapsody in the night" di Eliot, poi qualcuno della casa discografica ha chiesto il permesso alla Fondazione Eliot, che ha detto di no. In realtà non avremmo dovuto chiedere il permesso perché non cambiavamo nessuna parola del testo: piuttosto l'avevo preso, seguito e avevo fatto una parafrasi al contrario spostando i significati, giocando a ping ping. Mi sono molto divertito. E poi, comunque, a noi che abbiamo iniziato col rock piace cantare in inglese, perché l'abbiamo conosciuto così. E poi in altre parti del disco c'è Raiz che canta poesie di Ginsberg, un grande della beat generation. Ho lasciato alcune liriche che mi piacevano e le ho musicate. Prendi questo brano che si chiama "Alibumaye". Alibumaye è quello che il pubblico cantava a Mohammed Ali a Kinshasa. Lui era diventato il simbolo della liberazione nera contro i neri asserviti ai bianchi. E lui su quel palco le stava prendendo di santa ragione, ma la gente intorno continuava a cantare Ali-bu-ma-ye, Ali-bu-ma-ye, che vuol dire "Alì, uccidilo". Il significato della frase non c'entra niente, senonché mi sono ritrovato un giorno a rivedere questo incontro in televisione e mi sono ricordato del giorno in cui lo avevo visto ventisei, ventisette anni fa, e mi sono rivisto assolutamente uguale, sbracato a guardare la televisione, in un giorno di spleen... Però a quel punto mi sono chiesto: "Che giorno è, dove sono, cosa è successo". Questo è un po' il gioco di "Alibumaye", e proprio per questo mi è venuto naturale ricercare le poesie che leggevo in quel periodo.

Facciamo un po' di storia: vent'anni da "Creuza de ma". Preparato da tutta una serie di cose di cui sei protagonista. Un viaggio in Algeria, se non sbaglio, per reperire strumenti musicali.

Come tutti sanno, la cultura dei popoli è fatta di odori, di stili di un modo in cui si porta il tempo suonato, in cui il passo del vivere, del camminare ha una relazione con il passo del suo esprimersi. Sono andato là, quindi, venti o trenta giorni e ho cercato strumenti, ho cercato dischi, pochi, due o tre, di un musicista, molto importante di lingua araba che si chiama Mohammed Alanka, strumenti. E così ho comprato un po' di roba che poi ho utilizzato in questi anni, zampogne, cornamuse, un liuto arabo, dei flauti. In più ho raccolto anche uno spunto, che poi ho raccontato a Fabrizio, che è poi stato all'origine di uno dei testi. Il testo è "Sinan Capudan Pascia'", che parla di un rapito che poi si converte: in realtà mi ero reso conto che molti prigionieri venivano catturati con le feluche, e poi venivano portati ad Algeri, e lì venivano tenuti in un regime di semi-cattività, che tanto non potevano scappare da nessuna parte. Poi veniva fatta una richiesta di riscatto, via mare, e le risposte tornavano anni dopo: quindi c'è della gente che ha vissuto anni ad Algeri sperando di essere liberata. Una di queste persone è Miguel De Cervantes, che ha trascorso anni ad Algeri, e poi è stato riscattato dal re di Spagna. Perché lì si erano sbagliati, avevano pensato di rapire uno coi soldi, e invece...

"Creuza de ma" poteva avere un seguito in Mongolia: un progetto in cui dovevano essere coinvolti, credo, anche Ivano Fossati e Vasco Rossi.

Secondo me si sovrappongono due o tre cose in queste notizie. Allora... Fabrizio aveva voglia di fare un disco con Fossati da un po' e, poi è andata a finire che in seguito hanno fatto "Anime salve". Per quanto riguarda la Mongolia, Fabrizio non voleva staccarsi da questo tema del viaggio, allora da un lato era da fare "Creuza de ma numero 2", che un po' è stato fatto nella facciata B de "Le nuvole", e un po' voleva fare questo viaggio in terra, perchè era affascinato da questa storia dei Mongoli, che partivano a cavallo, arrivavano a cavallo, dormivano a cavallo senza mai fermarsi. Questa onda che attraversava il mondo. Però in realtà era storia un po' claustrofobica, ed è morta un po' di morte naturale. Io ero quello che non era d'accordo che Fabrizio facesse un disco in lingua o in stile, io volevo che Fabrizio facesse un disco di Fabrizio, in italiano... Mentre incidevamo "Le nuvole" io spingevo per fare un disco tutto come la prima facciata, con "Le nuvole", "Ottocento", "Don Raffae'", "La domenica delle salme", perché secondo me era il momento giusto per Fabrizio. Lui veniva da due dischi con Bubola, che erano molto americani e abbastanza lontani dai dischi de "La buona novella", da "Marinella": e poi c'era stato invece "Creuza de ma", che era in genovese. Secondo me, era ora di fare un disco così, dopo che erano passati quindici- vent' anni. E sono contento di aver insistito, perché son venuti fuori pezzi belli, come "Ottocento", "Don Raffae'" e "La domenica delle salme". Mi piace molto.

Perché alla fine "Creuza de ma" compare solo nella discografia di Fabrizio De André?

Perché è un disco di Fabrizio De André, uscito con un contratto di Fabrizio De André. Lo abbiamo scritto insieme. Magari fra vent'anni lo pubblicheranno a nome De André e Mauro Pagani, ma per il momento così è, insomma, ha un soggetto giuridico di quel genere.

E Vecchioni invece? Una delle tue collaborazioni, che sono centinaia. Se la gente comprasse i dischi originali, leggerebbe il tuo nome praticamente in tutti i libretti (Pagani ride).

Vecchioni è stato uno degli ultimi, in particolare per "Nini Kuna", la canzone che apre l'album "Rotary Club of Malindi". Io con Fabrizio ho imparato a lavorare sulla canzone d'autore. Prima non lo sapevo fare. Dico sempre che sono uno molto fortunato, ho lavorato con gente di valore. Roberto è molto bravo a scrivere testi, ha un mondo musicale solo suo, molto identificabile, molto chiuso e quindi ha voglia e bisogno di collaborare con altri. Io trovo che Roberto scriva alcuni pezzi veramente di grandissima fattura, "Viola d'inverno", che è un bellissimo pezzo. Quindi lavorare con dischi dove ci sono belle parole mi piace.

Gli anni Duemila di Mauro Pagani e della musica italiana.

Mah, secondo me il peggio lo abbiamo passato. Il fondo del barile lo abbiamo toccato due o tre anni fa. Credo che il crollo delle major favorirà, come dire... un piccolo rinascimento, magari difficoltoso, sotto le bombe. Non so cosa succederà. Però l'indebolimento delle major lascia aperti degli spazi. Prima o poi questa costruzione del sistema basato solo sul denaro, fatto per ragazzi, al limite della circonvenzione d'incapace, pagherà sempre di meno. Quindi i discografici sono in realtà costretti dalla storia, dal destino. Costruiscono oggetti che prima o poi qualcuno gli copia, regolarmente. A parte voler possedere gli oggetti di culto, che è una cosa che io predico a tutti, dico (non potendo dire alla gente "non copiate" perché sarei antistorico): copiate la roba che vi piace così e così e comprate la roba che vi piace molto, perché io ho avuto la fortuna di fare questo mestiere, bene, sono andato in giro per il mondo, ma altri non riescono a farlo, perché non ci sono soldi, non ci sono risorse. Quindi, se sentite qualcosa che vi piace molto, compratelo, cercate di pagarlo qualche euro meno, d'accordo, ma dentro un disco c'è un sacco di lavoro, mesi e mesi, spesso dei gruppi di lavoro... che ci devono "magnare".

(Melisanda Massei Autunnali)

 

 

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Tutti i contenuti del sito lacanzoneitaliana.it sono stati realizzati da Melisanda Massei Autunnali (Piombino, 1978). Storica e ricercatrice della canzone italiana, con Coniglio Editore ha pubblicato "Chiedi chi sono gli Stadio" (2006), "Gianna Nannini- Discografia illustrata" (2007), "Claudio Baglioni - Discografia illustrata" (con Manlio Fierro e Raffaele Pirretto, 2008) e "Lucio Dalla - Discografia illustrata (2010). Per Donzelli ha pubblicato "Caruso. Lucio Dalla, Sorrento. Il rock e i tenori" (2011). Ha partecipato al "Dizionario completo della canzone italiana" di Dario Salvatori (Rizzoli, 2006) e a "Il grande dizionario della canzone italiana" di Enrico Deregibus (Giunti, 2006). Collabora con la Discoteca di Stato (Ministero dei Beni Culturali), con il quotidiano "Il Tirreno" e la rivista "Musica Leggera". Fa parte della giuria del Premio Tenco.

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