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"INNO NAZIONALE" (Luca Carboni, "Mondo", BMG Ricordi, 1995)

Il suo precedente disco di inediti, "Carboni", era stato, nel nome e nei fatti, "il primo album del 1992", superando abbondantemente il milione di copie. Ora, nell'autunno 1995, a oltre tre anni e mezzo di distanza - intervallati solo da un live con alcuni inediti - Luca Carboni si trovava a fare i conti col disco sicuramente più atteso della sua carriera e per il quale il confronto con il lavoro precedente - specie in termini numerici - sarebbe stato, nelle previsioni, certamente spietato. Fu allora che il cantautore bolognese compì il suo passo più audace, puntando tutto su una canzone ruvida e durissima, lontana anni luce sia dal romanticismo rarefatto dei suoi brani più "adolescenziali", così come dall'ironia pungente di "Ci vuole un fisico bestiale". "Inno nazionale" era un pugno nello stomaco: sia per i fedelissimi, sia per quanti fino a quel momento erano rimasti lontani dalla produzione di Carboni. La quale, comunque fossero andate le cose, non sarebbe più stata la stessa di prima.

"Mondo" - L'11 ottobre 1995, Il giorno in cui "Mondo" - l'album che conteneva "Inno nazionale" - venne presentato alla stampa, nella sala dell'Arena del Sole di Bologna c'erano giornalisti provenienti da mezza Europa. Non si trattava solo di una conseguenza dei successi degli anni precedenti: il disco, stesso incoraggiava questo interesse, confezionato com'era con i testi tradotti in quattro lingue e il titolo stesso proposto con tanto di sottotitoli in inglese, tedesco e francese ("World" - "Welt" - "Monde"). L'approccio cosmopolita, del resto, era molto profondo, e non tanto perché lo stesso Carboni dichiarò che nei suoi propositi iniziali c'era stato anche quello di comporre direttamente in quelle lingue (e altre ancora) alcuni dei frammenti delle sue nuove canzoni: non era accaduto e a lui un po' era dispiaciuto, senza che comunque fosse necessario farne un dramma. "E così - spiegò* - Per il resto è solo un disco che risente del fatto di essere vicino al 2000. Non ci sono verità, solo alcune riflessioni sul nuovo, sul fatto che oggi bisogna essere pronti ai cambiamenti". Molti di questi cambiamenti si riflettevano sostanzialmente in un'esigenza più forte di cosmopolitismo contro la violenza, l'inquinamento, l'abuso di esercizio da parte dei potenti e gli altri temi suggeriti da canzoni con titoli quali "Nuovo mondo", "Condomini del mondo" e "Pregare per il mondo". Eppure, per quanto anticipata dal nome del disco, l'ondata globale occupava solamente la seconda parte dell'album, laddove invece il CD faceva il suo esordio con un brano dal titolo abbastanza illuminante di "Inno nazionale". Che si trattasse del punto di partenza per un viaggio "dall'universale al particolare" oppure, meno verosimilmente, di una collocazione dettata esclusivamente da motivazioni di ordine sonoro, era importante per lo più in una prospettiva complessiva di questo lavoro discografico: fondamentale - tout court - era invece il fatto che il pezzo mettesse l'ascoltatore di fronte a una realtà completamente nuova per Carboni e che lo facesse innanzitutto all'insegna di una grande qualità.

"...e sì che il tempo passa e siamo ancora troppo italiani" - Qualche tempo più tardi, quando in prossimità di cominciare il proprio tour Carboni si trovò a constatare un quantitivo di copie (300 mila e poco più) forse inferiore alle aspettative, la sua prima riflessione fu che probabilmente non era stata la cosa più oculata investire così tanto su un brano "gridato forse troppo" come "Inno nazionale". In realtà, la parte gridata della canzone è solamente quella finale, che conclude un crescendo molto suggestivo, considerata anche la linearità dell'accompagnamento, che in pratica ripropone per sei macrosezioni la stessa sequenza melodica. Questa dimensione strutturale era quanto di più funzionale a una canzone che come "Inno nazionale" era concepita come una sequenza di riflessioni aventi ciascuna una conclusione "forte": l' effetto di ripetizione che ne derivava aumentava di non poco la forza delle frasi-slogan con cui il testo era stato confezionato, e innanzitutto quelle, non di rado di grandissimo carico espressivo, con cui Carboni aveva deciso di chiudere ciascuna delle sue strofe. L'inizio, tuttavia, non era da meno: "Io son troppo bolognese / tu sei troppo napoletano / egli è troppo torinese / e voi siete troppo di Bari". L'invettiva era stata scagliata: obiettivo, il campanilismo, destinato a diventare razzismo qualora Carboni andava ad avvertirci che "anche dentro alla stessa città / siamo sempre troppo lontani". Razzismo sportivo, calcistico, soprattutto, che il 29 gennaio dello stesso anno era costato la vita da Vincenzo Spagnolo, supporter del Genoa, rimasto ucciso in uno scontro tra gli ultras poco prima che iniziasse la partita della squadra di casa contro il Milan. Razzismo cittadino e razzismo regionale, non senza accenni indiretti alla questione - già attuale - del secessionismo, e infine, razzismo politico, che portava Carboni a riflettere su come i cambiamenti intervenuti a livello storico non avessero in realtà mutato un quadro di opposizioni di fronte al quale il paese sembrava fermo nell'impossibilità di reagire. Che il concetto fosse di particolare importanza lo capiva dal fatto che proprio questa strofa era l'unica - salvo qualche piccolissima variabile - a essere ripetuta, che proprio con questi versi si concludesse l'impetuosa cavalcata di questa marcia stringente e rigorosa: il fatto di essere stati fascisti e di aver visto le folle scontrarsi con le forze dell'ordine non ci ha insegnato niente, diceva Carboni, poiché seppur in altre forme la spirale di violenza e di divisione è proseguita anche quando altre forme politiche si sono sostituite nell'humus politico del paese. Non riuscire a perseguire nessuna fratellanza o corretta integrazione di forze (di culture, di popolazioni) non ha fatto che rinnovare un male millenario del nostro paese: il tempo passa, e "siamo ancora troppo italiani", troppo attaccati cioé alle nostre lotte tra guelfi e ghibellini e incapaci perciò di preparare il terreno per un confronto più ampio con le altre nazioni, in un quadro di scambio tra i popoli da avvertire come la vera sfida del nuovo millennio. Il quadro era completato. Carboni era idealmente partito da Bologna e altrettanto idealmente era arrivato ai confini del proprio paese, pronto ad ampliare lo sguardo su quel mondo che il titolo preannunciava come il protagonista dell'album.

Maturità - "Carboni è cresciuto" dissero in coro i critici, e che vi fosse un fondo di verità è possibile. Più verosimilmente, "Inno nazionale" rivelava innanzitutto una volontà di comunicazione molto diversa rispetto ai precedenti lavori, laddove l'approccio veemente mutava le carte in tavola dei soffusi sintetizzatori che avevano scandito l'album "Luca Carboni" del 1987 così come dei suoni più corposi e incisivi studiati assieme a Mauro Malavasi per "Carboni" del '92. A questo Carboni più tagliente il grande produttore di Mirandola aveva in parte il suo contributo, se non altro dal lato tecnico, individuando un'esigenza di graffio fino a quel momento gestita secondo altre modalità. Ma proprio su questo punto si giocava la sostanziale contrapposizione di "Inno nazionale" rispetto al passato di Carboni, che tutto aveva dovuto attendere, fuorché quasi dodici anni di carriera, prima di mostrare quella maturità che tutti, ora, erano disposti a riconoscergli. Nei suoi cinque precedenti album registrati in studio Carboni si era già mosso tra argomenti impegnativi affrontando droga, emarginazione sociale, mutamenti generazionali e addirittura mafia. Anche il razzismo era già comparso in una canzone del suo disco precedente, "La mia città",dove parlando di Bologna aveva denunciato presenze forti come "un nero che chiede aiuto" o i "troppi muri", e rivendicato il "bisogno di più amore / dentro a questa prigione": senza contare la copertina del singolo di "Ci vuole un fisico bestiale", occupata da una nave stracolma degli albanesi che approdarono sulle coste adriatiche durante l'estate 1991. Sul piano della profondità dei contenuti, quindi, Carboni non aveva avuto bisogno di "Inno nazionale" per mostrarsi maturo: chi non aveva saputo cogliere la sfumatura, lo aveva fatto perché confuso dalle folle in prevalenza femminili di cui era composto gran parte del suo pubblico. Eppure già da allora Carboni non era stato solamente il romantico cantore degli adolescenti, al di là della sua capacità di interpretare come un fratello solo di poco più grande i loro sogni e i loro desideri: anche i suoi brani più impegnati, tuttavia, si erano mossi in quello stesso solco sonoro, con qualche eccezione, come "La mia città", in cui la velocità del ritmo faceva ricordare al pubblico che - comunque stessero le cose - la provenienza di Carboni era il rock che aveva riempito le cantine di mezza Bologna dalla fine degli anni Settanta in poi. "La mia città", però, non era stata un singolo su cui puntare tutto, né, in verità, le parentesi più melodiche potevano reggere il paragone con l'incedere affilato che il cantautore sceglieva ora di associare a "Inno nazionale". Più cattivo? Più fustigatore dei costumi? O forse, semplicemente, più consapevole di potersi mostrare duttile e soprattutto non propriamente compiacente nei confronti del suo bacino vastissimo di supporters?

Alex Infascelli - Che fosse quella la chiave di volta del "nuovo Carboni" lo comprovò anche il videoclip che Alex Infascelli realizzò assieme a quello - molto simpatico - di "Virtuale", in cui il cantante compariva secondo varie vesti femminili. Presentato per la prima volta nel corso dello speciale "Tutti i colori del cielo", in diretta Rai Due dalla comunità di recupero di San Patrignano, il clip di "Inno nazionale" era il classico video nel video in cui il regista compare il prima persona con tanto di telecamera, filtri luce e collaboratori attorno. Di fronte a lui, Carboni e i suoi musicisti, vestiti e pettinati da "iene" in stile Quentin Tarantino, in procinto di esibirsi. Lo sfondo è quello del parco del Palaeur di Roma. Parte la canzone e poco dopo un cecchino nascosto tra le vetrate di un palazzo colpisce e ferisce il chitarrista Mauro Patelli (il cui riff, detto per inciso, è l'anima strumentale di tutto il brano). Poco dopo a "cadere sul campo" spetta al battista Luca Malaguti, posto sul lato opposto della scena. Poi a Ignazio Orlando, tastiere, e infine al batterista Antonello Giorgi. Frattanto la canzone ha continuato a scorrere, Carboni ha continuato a cantare e i suoi musicisti a suonare assieme a lui finché gli spari e le ferite lo hanno loro permesso. Nessuno - a parte regista e assistenti - sembra aver mostrato particolari preoccupazioni per le sorti dell'altro, e soprattutto il cantante, che ha proseguito la performance senza distogliere di un solo centimetro lo sguardo dall'occhio della telecamera. Questione di pochi minuti: giusto il tempo di allontanarsi dal microfono e anche lui sarà colpito a morte, mentre le riprese si sposteranno su una bandiera bianca, issata sui corpi dei musicisti. Al di là dell'oculata metafora sull'indifferenza, era un'operazione non poco audace quella di proporre un sex symbol come Carboni sdraiato su un prato e ricoperto di sangue: fu anche su queste immagini che si giocò la provocazione con cui il cantautore si spinse realmente oltre i confini di se stesso e del proprio personaggio, facendo di "Inno nazionale" un'esperienza portante della sua produzione. Le cifre non lo premiarono particolarmente: il disco arrivò fino al secondo posto della classifica, ma restò solo poche settimane in top ten e fu solo il trentatreesimo più venduto del 1995. Poco importò: "Inno nazionale", qualsiasi fossero i motivi, fissò nell'immaginario collettivo un Carboni anomalo da interpretare rispetto al suo passato, mentre il clip fu riconosciuto all'unanimità come uno dei più interessanti prodotti in Italia dall'inizio della sperimentazione video. Al disco fece seguito naturalmente un tour: ad aprire ogni data, l'inno di Mameli eseguito con chitarre distorte (e tricolori), annuncio coerente dell'inno carboniano contro tutti i muri e le scissioni.

(Melisanda Massei Autunnali)

*Luca Carboni in Gino Castaldi, "La preghiera di Carboni il virtuale", "La Repubblica", 12 ottobre 1995.

 

 

 

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