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IL GARIBALDI INNAMORATO (Sergio Caputo, "Ne approfitto per fare un po' di musica", CGD, 1987)

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Assieme a "Un sabato italiano" è forse la canzone più conosciuta di Sergio Caputo, nota anche a coloro che non hanno una particolare familiarità con il repertorio del formidabile musicista romano: eppure questo non basta a ponderare secondo giustizia i meriti di "Il Garibaldi innamorato", autentico raggio di sole sulla scena del Festival di Sanremo del 1987 (4-7 febbraio). Allora si classificò solamente ventunesima, il suo 45 giri non entrò in hit parade, né lo fece l'album all'interno del quale il pezzo fu inserito, il live "Ne approfitto per fare un po' di musica": pur tuttavia "Il Garibaldi innamorato" sta alla memoria popolare come uno degli esempi più vividi non solo della della storia di Sanremo, ma anche di ciò che fu in grado di dare un certo tipo di cantautorato italiano quando mise da parte lo scarno accompagnamento alla chitarra e si lanciò verso i lidi inesplorati delle ritmiche latine e - soprattutto - dell'ironia e del sorriso.

"...se è una samba sia suonata da Dio..." - Che Sergio Caputo fosse un artista più che disponibile all'intelligente leggerezza del prendersi poco sul serio, d'altronde, era già noto assai prima di "Garibaldi". La sua carriera era cominciata nel 1978 con il 45 giri "Libertà dove sei", ma il successo vero era arrivato cinque anni dopo, quando l'allora ventinovenne cantautore era salito alla ribalta con un disco che conteneva, tra le altre, una canzone dal titolo "Citrosodina". Il pezzo esordiva così: "Citrosodina granulare, bevo per dimenticare / il mal di mare / viscerale che questo mondo mi dà". La casa farmaceutica interessata aveva drizzato le orecchie e scosso la testa, e la canzone era diventata a quel punto "Bimba se sapessi", con l'esordio mutato in "idrofobina vegetale". Insieme era arrivato lo scanzonato spleen di "Un sabato italiano" e due anni dopo il "bovarismo estivo" di "Hemingway Caffé Latino", dirottato lungo la metafora di un'astronave carica di cose che il mondo non può vedere perché troppo impegnato a stare dietro alle meteore, alle distrazioni della moda, agli amori a buon mercato. Copertine colorate, facce stralunate, un'energia tutta swing. Quattro dischi in quattro anni... ma niente che in realtà facesse davvero preludere all'audacia con cui, alla vigilia del 1987, Caputo avrebbe dirottato i propri talenti verso l'eroe risorgimentale per eccellenza. Le cose andarono invece così, e l'iconografia di Garibaldi si arricchì di uno dei più sagaci ritratti che mai fossero stati dedicati a uno dei padri della patria. Sì, perché il Garibaldi ritratto da Caputo non era solamente quello "innamorato" di cui parlava il titolo, ma anche un Garibaldi confidenzialmente dedito alla bottiglia, un po' vagabondo e un po' perdigiorno, e, in ultimo, quasi vanitoso nella contemplazione della sua bella immagine con la barba che, nonostante sia "ricercato in tutti i mari del sud", non può tagliarsi "per questioni di look". Un Garibaldi a cui Anita si rivolge chiamandolo confidenzialmente "Peppe" e al quale ella propone di tornare in Italia in occasione della partita con il "Brazil" ("pensaci Peppì"). Un Garibaldi per il quale l'esilio appare quasi come un pretesto romantico per trascinarsi qua e là senza avere molto altro da fare e del quale l'unico vero interesse (almeno apparente) è la passione travolgente nei confronti della sua donna: "Posso darti solo amore / tutto quello che vorrai / sì lo so, non è questione / io non mi sbilancio mai".

Garibaldi, Anita, l'esilio - Inevitabilmente versi simili, e fin dalla prima uscita del testo su "TV Sorrisi e Canzoni", non potevano passare inosservati. "Non c'è dubbio - scrisse Maria Pia Fusco su "La Repubblica"* - che l'unica probabilità di suscitare un minimo di clamore viene da Sergio Caputo che con il Garibaldi innamorato si permette libertà storiche decisamente spudorate. Chissà che cosa ne penserà Spadolini". Quali fossero o meno i pareri dell'allora ministro della difesa, restava chiaro il fatto che non si poteva pretendere da Sergio Caputo un'attendibilità storica che non era nei suoi obiettivi, né nelle sue necessità. Ciò che il suo brano mostrava prioritario era piuttosto l'evidente abbattimento del piedistallo, non tanto dell'eroe in sé, quanto dell'idea stessa secondo la quale un eroe doveva essere necessariamente cupo e serioso, senza alcuna apertura umana o generosamente scherzosa. Laddove né la storia, né l'iconografia erano riuscite (senza peraltro sforzarsi di tentare), era giusto che arrivasse il mondo della canzone, che già molti anni prima, con Bruno Lauzi, aveva già consegnato alle cronache l'idea di un Garibaldi più simpatico e invitante. Lo sguardo sognante consegnato alla copertina del 45 giri di Caputo completò il quadro: comunque fossero andate le cose in quegli anni di esilio, da allora in poi sarebbe stato difficile pensare a un Garibaldi eccessivamente affannato su questioni di natura pubblica più che privata. Pazienza poi che durante gli anni dell'esilio sudamericano, iniziato nel 1835, Garibaldi fosse stato tutto fuorché fermo a meditare sulle proprie passioni, e anche che avesse conosciuto Anita solamente nel 1839, ovvero nel momento forse più vivo di quella battaglia che anni dopo gli avrebbe valso il soprannome di "eroe dei due mondi": per non parlare poi dei "fichi d'India della terra natia", che alla metà del XIX secolo erano ancora di là da venire in quasi tutta l'Europa. Restava un'unica definitiva verità, ed era su quella che su qualsiasi tavolo di discussioni Caputo poteva star certo di giocare carte vincenti: quel "posso darti solo amore", cioé, che riassumeva la totalità del grande trasporto dell'eroe per Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, anch'essa eroina cara al Risorgimento, vicina al marito in tutte le sue imprese più importanti e capace di sfidare per lui i più gravi e incombenti pericoli. L'ultimo di questi - nel 1849 - le fu purtroppo fatale: incinta al quinto mese, Anita morì a Madriole di Ravenna, durante la fuga di Garibaldi e dei suoi seguita allo scontro, a Roma, con gli eserciti francese e austriaco.

Da Quarto... a Sanremo - Messa da parte l'attendibilità con cui il trio Morandi-Ruggeri-Tozzi poteva considerarsi favorito in gara già molto prima che essa iniziasse, Sergio Caputo arrivò al Festival di Sanremo tra un misto di benevolenza e perplessità. Tutti i suoi dischi precedenti, almeno dall'83 in poi, erano andati discretamente e la sua immagine di artista originale era consolidata al punto da lasciar ben sperare nelle ragioni di chi lo vedeva candidato al piazzamento. Per contro, restava l'arma a doppio taglio dell'effetto sorpresa. La sera dell'apertura, il 4 febbraio, il cantante fu l'ultimo a esibirsi: cantando dal vivo, come da regolamento, ma su base sovraincisa, come da abitudine dell'epoca. Ancora cantò la sera dopo (stavolta per primo) e poi la quarta, la sera del sabato, la finale, cioé quella stessa sera che, a pochi minuti dalla proclamazione del vincitore, Pippo Baudo avrebbe consegnato per sempre alle memorie televisive annunciando in diretta la scomparsa di Claudio Villa. "Più banale della canzone rifiutata lo scorso anno proprio al Festival - commentò inopinatamente al primo ascolto Marinella Venegoni** - e così infarcito di citazioni di mambo classico che nessuna persona sopra i 40 riuscirà a sopportare". "Emulo di Franco Nero? - scherzò prima ancora di sentire il pezzo Nevio Boni ricordando un recente sceneggiato Rai*** - Macchè. (...) Riuscirà a trovarsi almeno mille seguaci?". In realtà, riuscì a trovarne addirittura 239.840, tanti quanti sulle schedine del Totip allora usate per votare tracciarono il segno sul suo nome al momento di esprimere la propria preferenza. Troppi per Marsala, troppo pochi per il Festival: oltre cinque milioni furono i votanti al seguito del trio Morandi-Ruggeri-Tozzi, che si aggiudicò la vittoria, e di Toto Cutugno che si piazzò secondo. Più di quattro milioni preferirono Al Bano e Romina (terzi), due milioni e trecento mila Fausto Leali, quarto con evidente distacco dalla posizione precedente. Le classifiche dei dischi non poterono che confermare questo andamento: i primi quattro piazzati finirono subito in hit parade, con una permanenza del trio sulla vetta per numerose settimane. Per "Il Garibaldi innamorato" solo la trentottesima posizione. Sotto tutti i punti di vista, l'impresa - proprio come una nave ottocentesca - sembrava colata a picco. La riscossa, in realtà, non si fece aspettare e un primo riscatto arrivò dalle radio, che iniziarono a trasmettere il brano molto più di quanto non lo facessero con i "super hit" che gravitavano nelle zone alte della top ten. Il ritmo afrocubano del pezzo sembrava essere fatto apposta per ballare e divertirsi: chi poté approfittarne lo fece e la popolarità del "Garibaldi innamorato" crebbe a dismisura. Tra la primavera e l'estate nessuno riuscì più a sfuggire al suo contagio, neanche in televisione, dove il 14 maggio RaiDue dedicò al musicista romano uno speciale nel suo spazio di seconda serata. Caputo aveva vinto la sua sfida. Anno dopo anno la vittoria si sarebbe riconfermata tra i pianobar, i juke box, ancora le radio, e le moltissime compilation in cui "Il Garibaldi innamorato", canzone icona degli anni Ottanta, sarebbe stata inserita come evergreen di tutto rispetto. Il suo autore stesso, naturalmente, non avrebbe mancato di tributargli tutti gli onori necessari: dopo la pubblicazione iniziale in "Ne approfitto per fare un po' di musica", nel 1990 Caputo avrebbe inserito "Il Garibaldi innamorato", nella sua prima raccolta ufficiale "Swing & soda" e nel 1998 in "Serenadas", disco approntato con le versioni latine dei suoi brani di successo. Un'altra raccolta, nel 2005, avrebbe preso il nome di "Cocktail", mentre i l 2010 sarebbe stata la volta della prima pubblicazione dal vivo, all'interno del live "La notte è un pazzo con le meches".

Un Garibaldi dimenticato - L'ultima versione a opera di Caputo del "Garibaldi innamorato" è un remix che il cantautore ha realizzato nell'ambito di un progetto denominato Caputaglia su esplicita richiesta dei suoi fans. L'occasione? I 150 anni dell'Unità d'Italia, festeggiati al recente Festival di Sanremo con una serata - quella del giovedì - esplicitamente dedicata alle reinterpretazioni, da parte dei concorrenti, di alcuni brani ritenuti più significativi tra quanti consegnati alla storia della canzone nazionale. Presenti: "Mamma", "Il mio canto libero", "Here's to you" (?), "'O sole mio". Assenti: tra le altre, "Il Garibaldi innamorato". "Da più di un anno - ha commentato Caputo, che da alcuni anni vive negli Stati Uniti, intervenendo a mezzo stampa - ricevo incoraggiamenti e lodi per aver scritto una canzone come Il Garibaldi innamorato, un brano che è entrato nella storia della canzone italiana, e che parla di Garibaldi a livello umano e poetico e al di là delle retoriche. Tra l'altro, un brano che è legato alla storia del Festival di Sanremo (...). Mi sarei aspettato un invito anche simbolico al Festival, o quantomeno che la canzone fosse inclusa nella serata celebrativa. Sono molto stupito che ciò non sia accaduto". Come dargli torto?

(Melisanda Massei Autunnali)

* Maria Pia Fusco, "Io, tu, l'amore, e pure Garibaldi", "La Repubblica", 03 febbraio 1987.

** Marinella Venegoni, "Sanremo, ricchezza non fa Festival", "La Stampa", 06 febbraio 1987.

** Nevio Boni, "Sarà il solito Festival tra Pippi e Grilli?", "La Stampa", 02 febbraio 1987.

 

 

 

 

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