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"Euridice" (Roberto Vecchioni, "Blumùn", EMI, 1993)

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Quante incisioni esistono di "Euridice", una delle canzoni più celebri del filone "letterario" di Roberto Vecchioni? Una soltanto: quella cioè contenuta nell'album "Blumùn", uscito attorno al 20 settembre del 1993. In seguito, solamente ristampe antologiche. Nessuna edizione live, nessun riarrangiamento. Eppure, ad andare sul portale di YouTube, sono più di centomila le visualizzazioni complessive dei video del brano. E nessuno di essi è ufficiale. Tutte sono rielaborazioni degli utenti, fatte con immagini pescate qua e là sulla rete alla ricerca di un filo conduttore per legare impressioni e sensazioni. Che non è uno dei miti più famosi della grecità a far scaturire, non almeno in questo caso: bensì, il fascino di un piccolo dramma in quattro minuti, toccante crocevia di lampi sull'Eterno e sull'Umano, suggestioni di suoni e di parole.

Storie di altre storie - "La letteratura per me è una risorsa. Nelle pagine della prosa e della poesia dalle origini al Novecento rintraccio da sempre gli archetipi di quelli che sono i miei pensieri e le mie tensioni, che poi traduco in musica". [1] Già nel 1993, nella discografia di Roberto Vecchioni, il mito di Orfeo e di Euridice poteva vantare una lunga fila di predecessori. Il primo era stato Aiace, più di vent'anni prima, immortalato in una canzone omonima di scarsa fortuna nell'album "Saldi di fine stagione" del 1972. Poi erano arrivati Arthur Rimbaud, il paladino Orlando, Ulisse, Don Chisciotte e Sancho Panza, e soprattutto Alessandro Magno, protagonista di una folgorante epica delle emozioni che il cantautore aveva incastonato tra le pagine di "Milady", suo disco del 1989. In quella canzone, che aveva per titolo "Alessandro e il mare", l'eroe greco non aveva come unica cifra soltanto la fierezza orgogliosa dell'iconografia classica. Alessandro, ricordava Vecchioni, era stato anche un bambino, cresciuto in una casa con un grande giardino con al centro una vasca enorme, che lui soltanto poteva guardare e mai toccare. Alla fine di quella canzone, Alessandro - "così grande fuori, così piccolo dentro" - guidava i suoi compagni ad annegarsi assieme a lui nell'Oceano Indiano, mettendo così con un gesto tanto tragico quanto solenne la parola fine alle sue malinconie. Anche per Euridice le cose finivano male. Certo, non era quella la prima volta che il suo mito veniva messo in musica, e con esiti diversi da quelli originari. Per la tradizione classica, quella tramandata da Ovidio e da Virgilio, quando Orfeo scendeva agli Inferi a riprendersi la donna che amava, trovava di fronte a sé la prova imposta dagli dei dell'Ade, fare cioè il percorso a ritroso assieme alla ragazza senza mai girarsi per guardarla. Orfeo prometteva, ma poi finiva col cedere ai richiami della fanciulla, distrattamente si voltava e l'ultima immagine di fronte ai suoi occhi era Euridice che si allontanava di nuovo verso l'Inferno, questa volta per sempre. Non così, ad esempio, per Christoph Willibald Gluck, che nel 1762 ultimò il suo "Orfeo ed Euridice" su libretto di Ranieri de' Calzabigi: nella sua versione dei fatti, le lacrime di Orfeo trovavano rimedio nell'inaspettata solidarietà di Mercurio, che, impietosito, donava egli stesso nuova vita a Euridice riportandola al fianco del suo amato e facendo concludere l'opera nel pieno trionfo dell'Amore tra i cori felici dei seguaci del musico. Ancora prima di Gluck (a cui spetta il primato di popolarità delle Euridici in musica), c'erano stati i due rinascimentali alle origini del "recitar cantando", Jacopo Peri e Giulio Caccini, le cui versioni della storia, entrambe dal titolo "Euridice", si concludevano con Plutone che, grazie all'intercessione di Proserpina, restituiva la fanciulla a Orfeo già nell'Ade, con conseguente soppressione di tutta la parte del ritorno dei due innamorati dall'Ade alla Terra. Tradizionalista, invece, l'austriaco Ernst Krenek, autore nel 1926 dell'opera lirica in tre atti "Orpheus und Eurydike": Orfeo giunge all'Ade, stringe con gli dei inferi l'accordo di riportarsi via Euridice ma senza mai guardarla fino all'arrivo sulla Terra, ma poi infrange il patto, la perde per sempre, e viene divorato dalle Baccanti dopo aver dichiarato di non essere più in grado di amare donna alcuna.

"...le carezze sue di ieri non saranno mai più quelle" - Bisogna arrivare però al 1947 per trovare, e non in musica, il vero ispiratore dell'"Euridice" vecchioniana. Scrive Cesare Pavese nel capitolo "L'inconsolabile" dei "Dialoghi con Leucò", facendo parlare Orfeo: "E' andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca i lamenti. S'intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscio del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. [...] Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rividere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi: 'Sia finita' e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela". E' ciò che accade nella canzone che il cantautore inserisce in "Blumùn": prima i pianti, le invocazioni, lo strazio per un amore interrotto nel pieno del suo fiorire, e poi la discesa all'Inferno, il patto con gli dei, la decisione improvvisa di non rispettarlo - lui, Orfeo, spontaneamente - e dunque di girarsi volontariamente, per essere così lui solo l'artefice dell'immagine di Euridice che si allontana nell'oscurità eterna. Perché? Perché, canta Vecchioni, "adesso lei è morta / e la fuori ci sono la luce e i colori / ... / le carezze sue di ieri non saranno mai più quelle / ... / ragazze sognanti mi aspettano a danzarmi il cuore" e, in definitiva, "tutto quello che si piange non è amore". "Non si ama chi è morto" scrive Pavese. E "l'uomo non sa che farsi della morte. L'Euridice che io ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. [...] Già salendo il sentiero quel passato svaniva, sapeva di morte". Scriverà qualche anno dopo Vecchioni, spiegando la sua "Euridice" e il rapporto con la sua fonte [2]: "Il tuo passato lo devi dimenticare, perché è morto, e devi guardare al futuro, alla sua luce. Dalla tristezza del mio passato, la propensione per un futuro aperto, più bello". Le repliche, insomma, non sono ammissibili, ciò che muore non è giusto farlo rivivere, soprattutto per chi avrebbe questo potere.

"Finché avrò voce di dolcezza e rabbia" - Cinico, si direbbe. Eppure è quasi impossibile percepirlo in questi termini, è difficile pensare, nell'uno e nell'altro caso, a un perfido Orfeo che si rifiuti senza pietà di restituire la vita alla sua amata. In questo senso, è soprattutto la canzone di Roberto Vecchioni, che ci racconta la storia fin dal suo principio, a mantenere le proprie promesse. Elementi tutt'altro che trascurabili sono in questo la musica e il canto, se non altro, perché Vecchioni, con mirabile intuizione, divide distigue la sua canzone in due parti (strofa + articolato ritornello) simmetriche per struttura, melodia e intonazione, all'una affidando il racconto della disperazione di Orfeo per la morte della fanciulla e la sua paura per l'imminente discesa agli Inferi, all'altra la sua definitiva risoluzione di voltarsi e rimandare Euridice all'Ade. Dall'una e dall'altra parte non c'è nulla che non trasudi dramma e che lo stesso Vecchioni-interprete non si attivi per non far sembrare tale, in un gioco delle parti che non è difficile osservare quasi come speculare. L'approccio tremante, innanzitutto, con cui dall'una e l'altra parte si apre la strofa: l'orrore della catabasi ("morirò di paura a venire là in fondo"), lo strazio di una consapevolezza che arriva improvvisa ("ma non avrò più la forza di portarla là fuori"). L'enfasi struggente con cui nel ritornello Orfeo rende conto delle proprie azioni: nella prima parte, quel canto che eseguirà davanti agli dei inferi e che già adesso gli appare come l'unica possibilità a cui appendere la propria felicità futura, nella seconda, l'atto del girarsi, carico di tutte le implicazioni già evidenziate sul raffronto tra il passato e il futuro, per niente serene, in ogni caso, nel volo fatto compiere a quei "mi volterò" e alle sue motivazioni ("perché tu sfiorirai / ... / perché tu sparirai / ... / perché già non ci sei / e ti addormenterai per sempre"). E poi i dettagli, sia musicali che letterari. Il senso di sospensione - quasi il fiato che si ferma - con cui i legni, timpani e percussioni, amplificano la vibrazione profonda protagonista dell'una e dell'altra strofa, la piega commovente con cui l'orchestra d'archi divide, in costante crescendo, i momenti dello strazio di Orfeo nel ritornello. Il colpo d'occhio desolato e desolante con cui Orfeo osserva la natura attorno a sé dopo la tragedia ("e nei campi di maggio da quando è partita non cresce più un fiore"), i suoi ricordi ("le sue mani che erano passeri di mare"), la consapevolezza di soffrire per qualcosa che non è soltanto suo, ma che pervade il mondo intero ("gli uomini, lacrime nella pioggia / aggrappati alla vita che se ne va / con tutto il furore dell'ultimo bacio / dell'ultimo giorno, dell'ultimo amore"). Ma anche: lo stupore sofferto con cui lo stesso Orfeo si volge a guardare cose che non appartengono più a Euridice ("perché lei adesso è morta / e là fuori ci sono la luce e i colori"), il grido straziato con cui risolve una volta per tutte la sua volontà ("io, io adesso, nessun altro / dico che è finita"). L'una e l'altra parte, i due frammenti che insieme si contraddicono, ma che si sostengono l'un altro nella sofferenza profonda con cui Roberto Vecchioni, insieme interprete della classicità e uomo del Novecento, fa rivivere una vicenda e le sue diramazioni nella contemporaneità, senza niente concedere quell'immagine che è la baccante Bacca, nell'edizione pavesiana del mito, a costruire per Orfeo: "E così tu che cantando avevi riavuto il passato, l'hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere. [...] Dici cose cattive... Dunque hai perso la luce anche tu?".

Passo dopo passo - Roberto Vecchioni, e forse soprattutto la EMI, non si sarebbero mai sognati di fare di una canzone con queste caratteristiche un singolo estratto per la promozione del disco. Meglio l'ironica e un po' scanzonata "Blumùn", così affine a quella "Voglio una donna" che aveva spopolato l'anno prima, e poi ancora "Angeli", con quella sua aria un po' alla Dire Straits, neanche troppo sorprendente per uno come Vecchioni, che in fondo con le chitarre elettriche ci era non sempre, ma almeno spesso, andato a nozze. Ma "Euridice" no. Non si fa radio con il Rinascimento (cioè col musema che rappresenta l'incipit sonoro del brano) e con la mitologia antica, e neanche si vendono i dischi, specie quelli, proprio come "Blumùn", dai quali, visti i precedenti, ci si aspettavano buoni risultati. "Blumùn" ne dette non di buoni, bensì di ottimi, toccò il terzo posto della classifica e rimase in hit parade tanto quanto bastò a Vecchioni per portarsi a casa almeno un centinaio e mezzo di migliaia di copie vendute. Merito del brano omonimo, neanche a dirlo, che aveva un'aria leggera e sorridente a cui la confessione di felicità del testo faceva da corrispettivo ideale. Il recitativo iniziale di Gene Gnocchi un po' incuriosiva, un po' intrigava, amplificando quell'atmosfera confidente che, alla fine, era la spina dorsale ideale sulla quale la canzone si costruiva. Inevitabile definirla un successo, molto meno - a distanza di anni - il classico che probabilmente, in tempo reale, ci si aspettava potesse diventare. Lui, Vecchioni, almeno una volta l'ha ripresa in discografia, e cioè quando nel 2005 ne ha fatto una delle sedici tracce de "Il contastorie", documento sonoro della serie di concerti che vedevano il suo repertorio rivisitato in chiave jazz da Paolino Dalla Porta e Patrizio Fariselli. Anche perché "Blumùn", come è lecito aspettarsi da una hit, non manca mai nelle esibizioni dal vivo, cosa che al contrario è difficile affermare per "Euridice". Eppure la sensazione - forse soltanto quella - è che "Euridice" agli occhi del pubblico identifichi Roberto Vecchioni molto più di "Blumùn" e che - al di là dei superclassici come "Luci a San Siro" o "Samarcanda" - sia molto più facile ricostruire il suo repertorio più nobile passando per "Alessandro e il mare", "Le lettere d'amore (Chevalier de pas)" (dedicata al poeta Fernando Pessoa) e, appunto, "Euridice", piuttosto che per le naturalmente godibili "Blumùn" o "Le ragazze" o ancora "Il tuo culo e il tuo cuore", passate per radio, televisioni e in ultimo Festivalbar. Eccesso di intellettualismo? Senz'altro no, quando piuttosto una maturazione generale dello spettatore, che, merito anche di Internet e di una crescita dell'attenzione e della curiosità, ha imparato a cercare nei "prodotti" che sceglie ciò che probabilmente corrisponde alla loro anima più profonda, alla loro natura più vera, senza soffermarsi necessariamente su ciò che l'esigenza commerciale spinge - molto prima il discografico e poi l'artista - a decisioni apparentemente più appetibili. Lasciando così a tutte le possibili "Euridici" il sogno di farsi classici d'eccellenza e per elezione. Senza neanche averci provato.

(Melisanda Massei Autunnali)

[1] Roberto Vecchioni in Francesca Limongelli, "Io, cantante e prof., mi farò interrogare dal pubblico in sala ", "la Repubblica", 5 ottobre 2004.

[2] Roberto Vecchioni, "Trovarti, amarti, giocare il tempo. Tutte le canzoni", Einaudi, Torino 2002, a cura di Valentina Pattavina.

 

 

 

 

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