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"COPPI" (Gino Paoli, Five Records, 1985)

Inizialmente pubblicata come lato B del 45 giri "Ti lascio una canzone" (1985), "Coppi" dovette aspettare oltre tre anni prima che l'inserimento all'interno dell'album "L'ufficio delle cose perdute" la insignisse di una popolarità che le spettava in pari misura ai meriti. La scarsa diffusione commerciale che il brano aveva avuto in un'epoca in cui i 45 giri stavano entrando nel pieno della loro crisi fu ben recuperata dal sesto posto in classifica che invece raggiunse l'LP. Il quale, a sua volta, ricevette la spinta decisiva, oltre che dal brano omonimo, proprio da "Coppi", appassionato omaggio al ciclista piemontese, nonché cifra di una creatività incrollabile, oltre che capace di offrire frutti più che solidi anche sulla lunghissima distanza.

Cantautore in corsa - Del resto gli anni Ottanta erano stati gli anni del rilancio per Gino Paoli, che dopo aver praticamente posto le basi della canzone d'autore italiana negli anni Sessanta, aveva conosciuto nel decennio successivo una forte flessione popolare. A sottrarlo a questa condizione era stata innanzitutto "Averti addosso", uscita nel 1984 e tanto apprezzata e lodata da essere riuscita nell'impresa di soffiare la Targa Tenco per la miglior canzone dell'anno addirittura a "La donna cannone" di Francesco De Gregori. Sempre l'84 era stato l'anno di "Una lunga storia d'amore", che in primo tempo aveva fatto parte della colonna sonora del film "Una donna allo specchio" di Paolo Quaregna e che era poi stata inserita nell'album "La luna e il sig. Hyde", in cui era stata riproposta anche "Averti addosso". L'anno successivo (lo stesso del 45 giri con "Coppi") era stato quello del celebratissimo tour con Ornella Vanoni, le cui migliori performance erano state immortalate nel doppio live "Insieme", che era andato molto bene anche sul mercato. Lo stesso non si poteva dire per il disco di inediti dell'anno successivo, "Cosa farò da grande", che al di là del noto brano eponimo e di "Ti lascio una canzone" non aveva evidentemente offerto appigli al "grande pubblico". "L'ufficio delle cose perdute", che uscì a fine '88, rinsaldò il mercato, al contempo aprendo la strada a una nuova tournée: "Non potevo neanche immaginare di cantare a 54 anni - commentò lui intervistato da "La Stampa"* - Tutti pensavamo che a 30 anni si era vecchi. Oggi non mi vergogno di cantare, se mi sentissi fuori posto scomparirei in mezza giornata". Il sipario si aprì la sera di lunedì 6 febbraio 1989 dal teatro "La Fenice" di Venezia: solamente quindici giorni più tardi fu la volta di quello del Festival di Sanremo, a cui Paoli, assente dal 1966, partecipò come concorrente. La graduatoria finale lo vide tredicesimo, ma non senza di una serie di lezioni di stile: la raffinatezza del brano, innanzitutto ("Questa volta no"), e la clamorosa rinuncia alla base registrata, con tanto di minaccia di ritirarsi se almeno nella sera finale non gli fosse stato consentito di esibirsi dal vivo con i suoi musicisti. Finì col rinunciare, ma la richiesta non poté che rivelare il sintomo di un disagio diffuso: e l'anno successivo, dopo quasi un quindicennio, il più importante festival italiano ebbe di nuovo la sua orchestra.

"e va su..." - La complessità paternità di "Coppi" è il primo dato che salta all'occhio al momento di svolgere una ricerca su questo brano: la SIAE, oltre che tutti i supporti Five Records (il 45 giri e un paio di antologie uscite alla fine degli anni Ottanta), citano come autori Paoli e Beppe Vessicchio per la musica e ancora Paoli per il testo, che invece diventano il solo Paoli e la moglie Paola Penzo in tutte le uscite Ricordi, la casa discografica alla quale il cantautore passò nel 1988 e con cui esordì appunto con "L'ufficio delle cose perdute". Lo stesso dicasi per le ristampe e le antologie fino ai giorni nostri, edite prima dal marchio BMG (che inglobò Ricordi a metà anni Novanta) e poi da SONY-BMG, nato dall'accorpamento delle due major. Al di là dell'evidente difficoltà di risolvere queste ambiguità al di fuori di uno specifico chiarimento da parte dei diretti interessati, va da sé il primato, rispetto alla questione, delle qualità del pezzo, che poco ha da invidiare ai classici di Paoli, soprattutto a quelli ad esso contemporeanei. Una base ritmica accattivante contraddistingue l'esordio, prolungandosi sulle strofe, quasi a riprodurre il suono delle ruote della bicicletta sulla strada, nel mentre Paoli vi descrive l'avanzata solitaria ed eroica del grande campione scomparso nel 1960. All'opposto, è sull'inciso che il brano trova assieme alla propria apertura melodica anche la parte più celebrativa, come se l'umanità di Coppi fosse improvvisamente messa da un lato per spostare l'attenzione sull'immagine pubblica di atleta invincibile. Il riassunto delle imprese, sintetico ma efficace, ("qui da noi per cinque volte, poi due volte in Francia, per il mondo quattro volte, contro il vento due") raccoglie proprio questo scopo, a fronte del quale Paoli è comunque bravissimo a riportarci subito indietro - appunto sulla riflessione più intimista - sciogliendo questo flusso di note nel più cadenzato andamento delle parti strofiche. Arrangiamento di Vessicchio nella prima edizione, di Adriano Pennino nella seconda, "Coppi" cela nella logica del suo accompagnamento una parte importante della poetica di Gino Paoli, che sembra suggerirci quanto l'aspetto più autentico del suo campione risieda in ciò che il pubblico non vede, ma che sta alla base del suo immenso valore: il sacrificio, la fatica, quella corsa tutta in salita di "un omino che non ha la faccia da campione", ma in compenso ha "un cuore grande compe l'Isoard" e che con quegli "occhi miti e naso che divide il vento" sembra non temere "tutto il mondo" contro il quale sta lottando, "e va su.. ancora... e va su, con i violini fugati a mimare la scalata.

Un omino con le ruote - Nato a Castellania, vicino ad Alessandria, il 15 settembre del 1919, Angelo Fausto Coppi, noto più semplicemente come Fausto Coppi, aveva del resto davvero vissuto una vita in cui l'infallibile estro della sua pedalata era più volte andata di pari passo con una vicenda umana molto profonda. Uno dei momenti sicuramente più significativi di questo percorso era stata la tormentata storia d'amore con Giulia Occhini, che il ciclista aveva conosciuto nel 1947, quando entrambi erano già sposati. La faccenda aveva non poco solleticato le cronache rosa (e non solo) dell'epoca, soprattutto per il fatto che neanche un condanna per adulterio era riuscito a scalfire il rapporto tra i due, culminato nel 1955, quando Coppi e la Occhini si trasferirono a Buenos Aires dove dettero alla luce il figlio Faustino. Niente di tutto ciò, tuttavia, trapelava dalla descrizione che di Coppi aveva reso Gino Paoli, laddove se la questione sentimentale sussisteva, era celata nell'intreccio dei pensieri che a sua volta Coppi nascondeva nella mente durante le sue corse. Diversamente i dettagli sportivi - pur nella prospettiva accennata - erano descritti con precisione: le cinque volte "qui da noi" erano infatti le edizioni del Giro d'Italia che Fausto Coppi aveva vinto nel 1940, 1947, 1949, 1952 e 1953, le due volte in Francia le edizioni del Tour de France conquistate nel 1949 e 1952, a cui si affiancavano le "quattro volte contro il mondo", da identificarsi, con tutta probabilità, con le due vittorie ai Campionati del mondo su pista del 1947 e del 1949, quella ai Mondiali del 1953 e (forse), quella della Sei giorni di Buenos Aires nel 1958 a fine carriera. Più incerte le due vittorie "contro il vento", laddove evidente appare solamente il "Record dell'ora" conseguito nel 1942, contro tuttavia una selva di risultati e di trofei a cui ovviamente Paoli poteva ben poco dare spazio nell'arco dei tre minuti e poco più della durata della canzone. Nessun accenno era stato inoltre riservato alle leggendarie "lotte" con Gino Bartali, la cui rivalità era divenuta un simbolo di allegra vitalità competitiva nell'Italia preoccupata per l'approssimarsi della Seconda Guerra Mondiale e in quella che a poco a poco tentava la ripresa dalle sue stesse macerie. Tutto ciò che aveva conquistato, tuttavia, il Campionissimo poté goderselo ben poco nel travaglio della sua esistenza sconvolta dallo scandalo e minata dal lutto: l'ingenerosità del destino ampliò la sfortuna con una morte precoce che ne interruppe i giorni quando aveva poco più di quarant'anni, all'alba del gennaio 1960, a Tortona, probabilmente a causa di una forma di malaria. In quell'occasione "La Stampa" scrisse: "(Fausto Coppi) era nato con un destino particolare: quello di distinguersi dagli altri, di essere discusso o amato, applaudito o fischiato. Era Fausto Coppi. Se tanto tempo fa non avesse inforcato una vecchia bicicletta a Castellania e pedalando apparentemente senza difficoltà non avesse staccato, così quasi per gioco, quanti tentavano di stargli accanto, forse sarebbe ora un contadino serio e taciturno. (...) Ma Fausto aveva un destino, legato alla bicicletta"**.

Mode a due ruote - "Ho scritto questa canzone quando Coppi non era ancora tornato di moda - raccontò Gino Paoli quando la canzone cominciò a circolare con successo - Adesso ne parlano tutti". Non si trattava di una casualità vuota. A fine 1989. nell'imminenza dei trent'anni dalla morte, il nome di Coppi tornò effettivamente a occupare le pagine dei giornali e i servizi del Tg nazionali, nonché ad affacciarsi in teatro grazie allo spettacolo di Kalinski messo in scena in luglio dal regista Cherif durante il Festival di Spoleto. Non passò molto, però, che le strade dei media e del cantautore si trovarono a incrociarsi, con Paoli coinvolto in parecchie di queste iniziative, anche solo per prestare la sua canzone come sigla agli speciali e alle trasmissioni, una fra tutte lo "Speciale Fausto Coppi" che andò in onda su Canale 5 alle 22.30 del 1° gennaio 1990 con la partecipazione di Livio Coppi, Giulia Occhini e Giampiero Boniperti. Del resto, solo qualche mese prima, in estate, lo stesso Paoli era andato oltre se stesso e la propria canzone: lui deputato PCI in prossimità di organizzare la Festa Nazionale dell'Unità di Genova, aveva infatti voluto fortemente che tra gli stand fosse esposta la mitica bicicletta del Campionissimo, cimelio prezioso, più atto a tributargli onori di qualsiasi rituale salottiero-televisivo. E nessuno, che se ne sappia, aveva avuto qualcosa in contrario.

(Melisanda Massei Autunnali)

*Gino Paoli in Marinella Venegoni, "Gino Paoli stupito dal successo", "La Stampa", 06 gennaio 1989.

**Paolo Bartoldi, "Un vecchio ragazzo di quarant'anni era partito per la fatale tournée", "La Stampa", 2 gennaio 1960.

Questo speciale è dedicato alla mia città, Piombino, che quest'anno per la prima volta ospita la partenza di una tappa del Giro d'Italia.

 

 

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