"L'ANNO CHE VERRA' " (Lucio Dalla, "Lucio Dalla ", RCA Italiana, 1979)
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Atteso al varco dopo la stupefacente prova di "Come è profondo il mare", Lucio Dalla probabilmente non avrebbe potuto immaginare che il suo disco successivo (febbraio 1979) avrebbe segnato un "prima" e un "dopo" della canzone italiana dal quale non sarebbe più potuto tornare indietro. A segnarlo non furono tanto le cinquecentomila copie vendute dell'album: quanto piuttosto la quantità dei contenuti allineati, la loro portata comunicativa, il peso, la qualità, lo struggimento e l'emozione. Non solo: ma anche il contesto, poiché il vero asso nella manica per la popolarità quasi imprescindibile di questo grappolo di canzoni dovette non poco al tour che ne seguì l'uscita quattro mesi dopo: appunto quel "Banana Republic" con Francesco De Gregori, trionfale nell'impresa di far riprendere il volo ai grandi eventi di massa. Uscire la sera, cioé, "compreso quando è festa".
"Caro amico ti scrivo..." - Delle nove canzoni che compongono l'album "Lucio Dalla" "L'anno che verrà" è quella di chiusura: il che rende facile, e da un certo punto di vista anche divertente, immaginare quello che dovette essere lo stupore dell'ascoltatore medio al suo ingresso fulminante, dopo che la tracklist si era già lasciata alle spalle canzoni destinate a diventare importanti e molto conosciute come "Stella di mare" e "Anna e Marco", senza contare "Cosa sarà", che era già uscita sei mesi prima in 45 giri come duetto con De Gregori e che era già divenuta piuttosto conosciuta. La mossa organizzativa, ovviamente, non era affatto casuale, così come non lo erano né il fatto che l'esordio della facciata fosse affidato proprio alla intensa, ma tutto sommato quieta, "Anna e Marco", né tantomeno che "L'anno che verrà" fosse preceduta da "Notte", canzone lenta e riflessiva, solamente nel finale destinata a un'improvvisa ascesa dell'orchestra d'archi. Ciò che andava a stagliarsi su questo territorio, tuttavia, non era di per sé meno abile nel generare lo shock, assai oltre la collocazione e il contesto produttivo, poiché in ben pochi altri casi, almeno fino a quel momento, era accaduto - e non solamente al pubblico di Dalla - trovarsi di fronte un prodotto dal così alto valore di coinvolgimento collettivo. La risposta fu inevitabile: chiamati in causa quasi in prima persona dall'uso massiccio dei "noi" che contrassegna quasi tutto il testo, gli ascoltatori non poterono fare a meno di sentirsi parte di un discorso che riguardava uno alla volta ciascuno di loro. Un'altra conseguenza sarebbe stata impensabile: e così, in men che non si dica, per la prima volta nella sua carriera Lucio Dalla assaporò il dolce piacere della prima posizione in classifica.
Sacchi di sabbia - Oltre a questo, però: cosa aveva scritto Lucio Dalla al suo ipotetico amico di tanto importante da scatenare da reazione così forte e incontenibile? E poi: come, in quale contesto, con che forma, e perché? Innanzitutto, la lettera: che come tutte le lettere si apre rivolgendosi al destinario, del quale Dalla ci informava essere "molto lontano" e, in quanto tale, nella necessità di essere aggiornato su quanto tutto a distanza da lui stava contemporaneamente accadendo. La prima parte, da questo punto di vista, è narrativa: l'anno vecchio sta terminando, raccontava Dalla, ma molte cose esitano ancora a migliorare. La gente continua a restare ancora chiusa in casa, "e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra". Talvolta il silenzio prende campo per molti giorni, ma questo forse va a vantaggio di tutti gli inutili e gli inconcludenti, che così si ritrovano molto tempo a disposizione per i fatti loro. Eppure non sembra che le cose siano destinate a restare così ancora per molto: "la televisione ha detto che il nuovo anno / porterà una trasformazione / e tutti quanti stiamo già aspettando". Cosa? Cambiamenti di grande portata, "tre volte Natale e festa tutto il giorno", i preti potranno sposarsi, "ma soltanto a una certa età", e - soprattutto - la sparizione "senza grandi disturbi", di un certo numero di soggetti, "forse i troppo furbi e i cretini di ogni età". Davvero? Forse. O forse solamente nella speranza di chi vorrebbe dal profondo dei cambiamenti epocali e si ritrova a tessere queste trame dell'immaginazione come un appiglio per restare vivo. Il nodo centrale della canzone è tutto in questo punto, perché, se a cantarla adesso, a ogni trentuno dicembre, non sembra esserci differenza da un anno all'altro nel volere cose che in qualunque momento appaiono desiderabili, non è di certo trascurabile il contesto in cui allora andò a radicarsi questa riflessione. L'Italia di cui Dalla si feceva portavoce e che avrebbe desiderato senza dubbio alcuno un profondo cambio-vita era infatti l'Italia che non solamente veniva da tre anni di sanguinosi attentati terroristici, ma soprattutto quella che dal 16 marzo al 9 maggio del 1978 aveva vissuto prima l'incubo e poi la tragedia del rapimento e del delitto di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, ovvero la pagina fino a quel momento più drammatica della storia della democrazia. Uscire da quel tunnel di violenza era parso a molti impossibile: altri avevano invece immaginato che un atto tanto efferato non fosse replicabile in misura più ampia e che forse proprio da quel momento in poi si sarebbe potuto ricominciare a sperare in un abbassamento della guardia. Stessero a ogni modo le cose, l'Italia che alla fine del 1978, presa per mano da Lucio Dalla, immaginava "l'anno che sta(va) arrivando" era l'Italia più triste e desolata che si fosse mai vista dal dopoguerra in poi e che viveva con timorosa attesa il momento in cui avrebbe potuto ricominciare ad andarsene in giro senza timori e a togliere i famosi "sacchi di sabbia vicino alla finestra".
"Vedi, caro amico, cosa si deve inventare..." - Presa da questo punto di vista "L'anno che verrà" assume una veste completamente diversa, diventando molto di più di un espediente scherzoso con cui ridisegnare la realtà. Il brio velatamente inquieto che avvolge tutta la prima parte si trasforma improvvisamente nel segno di una grave ferita, dalla quale si tenta a ogni modo di fuggire: mettere insieme una costruzione fantasiosa auspicando che "ogni Cristo scenderà dalla croce / anche gli uccelli faranno ritorno" è uno sforzo disperato per resistere all'orrore a cui si è da poco assistito, mentre l'assenza completa di qualsiasi riferimento diretto appare quasi come il segno di un tabù che tutti sono in grado di comprendere senza che ci sia bisogno di andare oltre. Fino a che punto sarà possibile sopportare tutto questo? Fino a quando sarà possibile conservare la speranza. Ce lo suggerisce la parte finale della canzone, in cui Dalla improvvisamente ci rivela come tutto ciò che appena descritto non sia in realtà che una costruzione fantastica, un "qualcosa" che anche in questo punto preferisce far rimanere indefinito, soffermandosi piuttosto sugli effetti: "vedi caro amico / cosa si deve inventare / per poter riderci sopra / e continuare a sperare". Ovvero, vedi fino a che punto ci conduce la valanga, fino a quali disperate necessità, se l'esigenza primaria è quella di continuare a vivere il nostro quotidiano nella speranza che prima o poi le cose muteranno faccia. Affinché questo avvenga occorre il contributo di chiunque: "e se quest'anno poi passasse in un istante / vedi amico mio / come diventa importante / che in questo istante ci sia anch'io". La tonalità, che si era improvvisamente impennata per raccogliere l'intensità di questa riflessione, ritorna al livello immediatamente precedente, la ritmica leggera che contraddistingue tutto il pezzo mette da parte la momentanea impennata soft-rock (o rock mediterranea, come è preferibile utilizzare per tutto il Dalla di questo periodo) e i toni si fanno nuovamente pacati. Ma qualcosa è cambiato rispetto all'inizio: adesso la fiducia nel domani ha assunto una veste più concreta, e la voce del cantautore rivela uno spiraglio di positività, senza più quel retrogusto desolato che l'aveva avvolta in tutta la prima parte: "l'anno che sta arrivando / tra un anno passerà / io mi sto preparando / è questa la novità".
Il successo - "Che ci trovano in quel Dalla?" si chiedeva in quelle stesse settimane la copertina dell' "Espresso" in cui il cantautore compariva in un curioso tete a tete con una gallina. Sicuramente, non la faccia del divo. A colpo d'occhio, e istrionismo a parte, non c'era nulla in Dalla che potesse motivare in senso classico l'autentica venerazione di cui il cantautore cominciò a essere investito da quel momento in poi. Difficile credere che l'unica chiave fosse l'impegno, poiché di certo non era la prima volta, e specie negli anni Settanta, in cui la canzone italiana si trovava al crocevia con riflessioni complesse e attente su quanto accadeva a livello del guazzabuglio definito frettolosamente "società". Prima, ad esempio, c'era stato Fabrizio De André, che era stato un punto di riferimento per gli studenti già dai tempi in cui aveva tentato l'azzardo di un disco popolare dedicato ai Vangeli apocrifi ("La buona novella"). L'artista genovese, tuttavia, e forse senza neanche calcolarlo, aveva giocato diversamente le carte a suo favore, innanzitutto facendosi vedere il meno possibile e permettendo così l'alimentarsi di una certa leggenda in grado di far crescere a dismisura il fascino della sua figura già insolita e controversa. Dalla no. Dalla si era fatto vedere dappertutto. Allora come negli anni successivi. Pur senza raggiungere quasi mai numeri significativi era nel grosso giro dal 1966, cioé dalla sua prima partecipazione al Festival di Sanremo (con "Pafff... bum"), successiva di due anni il suo esordio discografico ("Lei"). Era stato in radio, in televisione. Sempre a Sanremo, addirittura quattro volte, di cui una, nel 1971, con tanto clamore da farne il vincitore morale, capace di vendere la sua "4/3/1943" non solamente in Italia, ma perfino in diversi paesi d'Europa e soprattutto in Sudamerica. Aveva condotto tour particolarissimi, con spettacoli dalle caratteristiche teatrali che, senza che i suoi dischi ne risentissero in maniera particolare in quanto a numeri, avevano riempito di spettatori i tendoni. Ciononostante, fino ad allora Dalla non era stato che uno fra tanti. Adesso, e nel giro di pochissime settimane, era diventato il numero uno, facendo sfracelli con un album che sulla copertina recava la più semplice, diretta e inquieta delle sue immagini, quella faccia malinconica centrata sull'ascoltatore e sorretta da nient'altro che un paio di occhialetti, uno zuccotto di lana e un giubbino a vento di colore giallo scuro, non diverso da quello indossato da migliaia di ragazzi comuni.
"Banana Republic" - Forse il segreto non era altro che quello, e cioé il fatto che Dalla non facesse nulla di diverso per essere qualcosa di altro rispetto a uno dei tanti che era possibile incontrare per strada. "Ha il grande pregio di saper ancora filtrare, con la sua sensibilità e un'eccezionale carica umana, una certa poetica di tutti i giorni fatta di piccole cose a cui non si fa ormai più caro" commentò, un po' traballando, "La Stampa", all'indomani di "Bologna Rock", che il 4 aprile aveva radunato solamente per lui ventimila spettatori*. "E' uno di noi" aggiunsero gli spettatori, specie quelli più giovani: un po' più grande degli adolescenti per cui era un idolo, ma per questo forse ancora più credibile nel suo ruolo di portavoce di un sentire comune, al limite di una strada per affrontare il presente tenendosi vicini. "L'anno che verrà" - su cui il pubblico aveva acceso centinaia di accendini - preannunciò il desiderio, "Banana Republic" lo mise in atto, e fu così che dal 16 giugno al 22 luglio di quello stesso 1979 Dalla e De Gregori, per sedici date, videro ogni volta crescere sotto i loro occhi il numero degli spettatori che accorreva ad assistere al loro concerto degli stadi: cioé laddove, dopo le bombe degli anni precedenti, sarebbe stato fino a poco prima quanto mai impensato poter radunare decine di migliaia di persone. Anche per De Gregori non si trattò di una cosa da poco: bandiera dell'elite impegnata, meno tre anni prima era stato pesantemente contestato al Palalido, a Milano, dove un gruppo di giovani intellettuali lo aveva rimproverato di guadagnare troppo rispetto agli intenti proletari del suo messaggio. Il "principe" dei cantautori ne era rimasto sconvolto e per lungo si era ben guardato dal ripetere l'esperienza di ritrovarsi faccia a faccia con un pubblico. Solamente nel 1978, per "intercessione" di Dalla era tornato a esibirsi, prendendo parte con lui a un grande concerto romano allo Stadio Olimpico, quello che la storia considera come il preannunzio di "Banana Republic". Il celeberrimo tour del 1979 sciolse definitivamente ogni esitazione. "Terremoto nel mondo della canzone" dichiararono esterrefatti i giornali, dopo qualche giorno, quando a Torino gli spettatori arrivarono a cinquantamila**: "arrivano questi Lucio Dalla e Francesco De Gregori e si prendono tutta l'attenzione, ma non ci sono caroselli di polizia, contestazioni autonome da stigmatizzare (...). Ecco, questi due (comunisti, attenzione), che semplicemente suonano e cantano e vanno in 50mila a sentirli, e neppure un'auto bruciata o uno stupro - si sa, la confusione - o un arresto per droga, un borsaiolo". "Sarà l'estate - aggiunse Nico Orengo*** - il profumo di erba, le farfalle che scendono dalla curva Filadelfia insieme ad aeroplanini di carta a rendere tutto così tranquillo. Ma c'è anche qualcos'altro. Il desiderio che da un po' di anni hanno i ragazzi di trovarsi tutti insieme a contarsi e guardarsi, a verificare se si hanno delle passioni comuni. Adesso che gli spazi della politica si fanno stretti e spigolosi, non c'è più posto per tanti che una volta, senza essere militanti a tempo pieno, partecipavano a tutti i cortei del sabato pomeriggio, alle occupazioni, agli scioperi". Oggi chi fa politica la fa davvero, proseguiva Orengo, tra ansie e ambiguità, visto che anche l'ultimo momento "collettivo-rabbioso-festoso", cioé quello del '77, sembra cosa ormai del passato. "Resta lo stupore - concludeva - che i due, per quanto bravi, attirino cinquantamila persone, quando la massima aspirazione del politico più popolare è riempire piazza San Carlo. Viene in mente il pifferaio di Hamelin, che col suo flauto portava i bambini fino al mare".
(Melisanda Massei Autunnali)
*Ivano Barbiero, "Tutti insieme, come una volta ", "La Stampa", 5 aprile 1979.
**Ernio Donaggio, "Terremoto nel mondo della canzone", "La Stampa Sera ", 25 giugno 1979.
***Nico Orengo, "Una grande messa laica ", "La Stampa Sera", 25 giugno 1979. |